Comunisti? Esistono solo quelli buoni. Tornano ad agitarsi gli eskimi in redazione

mercoledì 16 gennaio 12:16 - di Annalisa Terranova

Cesare Battisti è stato un terrorista convinto di combattere per il comunismo. Non risulta alcun suo pentimento in merito. Definirlo comunista non è dunque un insulto ai comunisti che in buona fede hanno votato Pci, è la semplice verità. Una verità cui l’Italia però non è abituata, poiché nel linguaggio collettivo quando ci si vuole riferire ai crimini commessi in nome di quell’ideologia si usa l’aggettivo “sovietico”e si sorvola gaiamente (e beffardamente) sulle valenze negative che pure il termine possiede e continuerà a possedere. Nell’ormai lontano 2007 Cristina Comencini scrisse un romanzo, L’illusione del bene, in cui descriveva lo stato d’animo di chi considerava il comunismo una salvifica religione civile e aveva poi dovuto ricredersi, ma senza “elaborare il lutto”.

Ebbene, la reazione alla definizione di Salvini che ha chiamato “comunista” Cesare Battisti dimostra che il lutto, più di dieci anni dopo quel romanzo, ancora non è stato interiorizzato. Si fa fatica cioè a pensare a qualcosa di cattivo, di antidemocratico, di antilibertario evocato dalla parola comunismo. Si confina quel male nell’esperienza del comunismo realizzato nell’ex-Urss, si perpetua quella convinzione avversando Vladimir Putin, ex funzionario del Kgb che piace tanto ai sovranisti nostrani. Si ricorda che Enrico Berlinguer fu in prima linea nel combattere il terrorismo di matrice comunista. E’ verissimo, come è vero che i terroristi comunisti in Italia vi furono, a cominciare dai brigatisti rossi che secondo Alberto Franceschini erano gli eredi diretti dei partigiani. Quegli stessi brigatisti rossi che secondo Giorgio Bocca erano “neri”. 

Il ritardo del riconoscere che le Br erano “rosse”

L’emblema di una complice inconsapevolezza sui terroristi comunisti fu proprio un articolo di Giorgio Bocca che nel febbraio del 1975, sul quotidiano Il Giorno pubblicò un pezzo dal titolo che era già una tesi, L’eterna favola delle Brigate Rosse. La sinistra, non solo quella comunista, si ostinò infatti a lungo a dipingere il terrorismo rosso come una variante camuffata di quello nero. E ciò perché, secondo l’analisi di Alberto Ronchey, il Pci aveva sottostimato le pulsioni settarie – veteroleniniste o staliniste – a sopprimere l’avversario pur conoscendo bene i gruppi di militanti che si erano dati alla clandestinità come il gruppo di Reggio Emilia guidato proprio da Franceschini. Un ritardo nel riconoscere l’esistenza delle Br che andò dal 1972 al 1977  e che indusse molti intellettuali a chiudere gli occhi anche dinanzi alla morte di Giangiacomo Feltrinelli dilaniato nel 1972 dall’ordigno che si accingeva a piazzare sotto un traliccio dell’alta tensione. Ebbene anche quell’omicidio fu addebitato ai fascisti, ai servizi segreti, alla Cia o al Mossad attraverso una radicale opera di rimozione per la quale le autocritiche furono tardive e poco solenni.

Berlinguer volle che il Pci arginasse la deriva terroristica esattamente come fece Giorgio Almirante giungendo ad invocare contro i terroristi neri la “doppia pena di morte”. Ora, sui social e in tv, si punta il dito contro Salvini che ha detto solo una verità scomoda perché ad avviso di alcuni avrebbe infangato una nobile ideologia. Addirittura, si ricorda il fatto che anche Matteo Salvini è stato un giovane comunista padano. Spingendoci più in là, possiamo allora anche citare al volo alcune contaminazioni recenti tra comunisti e fascisti, dalla giunta Milazzo alle inquietudini di cui parla Antonio Pennacchi nel suo primo romanzo di successo che si intitola proprio Il fasciocomunista passando per il “gramscismo di destra” rivendicato dalla Nuova Destra di Marco Tarchi. Ma ciò non cancella l’esistenza di un terrorismo di matrice comunista.

L’antifascismo non rende tutto buono

Forse era inevitabile che, risuscitando con l’attuale antifascismo il lessico degli anni Settanta, si giungesse poi a rivendicare con orgoglio una storia, quella del comunismo, che lo stesso Pci volle archiviare cambiando nome al partito con la svolta della Bolognina del 1989, una storia oggi ingenuamente imbellettata facendo finta che gli anni di piombo in Italia non siano mai esistiti. Forse, prima di rimettersi gli eskimi, quelli che si sono sentiti offesi dall’aggettivo comunista associato a un ex terrorista dovrebbero riflettere sul loro essere inconsapevolmente nostalgici. Essere antifascisti non rende tutto buono, tutto mistico, tutto sacro. Nell’ansia di ri-legittimare un’ideologia caduta – come diceva spesso Pino Rauti – “sotto il peso dei suoi orrori e dei suoi errori”, si rialzano muri che sembravano essersi sgretolati. Da una parte gli umani, dall’altra i disumani. La pulsione totalitaria e giacobina qui è evidente, attende solo di esprimersi in violenza concreta. Non è il Battisti metaforicamente in catene, vinto, piegato, l’avversario da cui guardarsi. Sono i suoi difensori il vero ostacolo. In loro restano le tracce di un’antica e radicata arroganza, di un’antica e radicata pretesa di superiorità morale, di un’antica e radicata vocazione a dettar legge negli usi e costumi. Il comunista che è in loro torna fuori e riemerge, a volte rendendoli ridicoli, a volte rendendoli incoerenti. Certamente facendoli incorrere in una malmostosa ipocrisia.

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