Chi ha paura di Jan Palach? Il coraggio di Junio Guariento e il ricordo a metà di Guccini

lunedì 14 gennaio 14:11 - di Gloria Sabatini

È passato mezzo secolo dal sacrificio di Jan Palach, lo studente cecoslovacco che il 19 gennaio 1969 si diede fuoco in piazza San Venceslao a Praga per urlare il suo fragoroso no all’invasione sovietica. Un gesto passato in silenzio nell’Italia scudocrociata, anche per le “distrazioni” dell’Occidente intorpidito e complice (non certo a Praga dove ai funerali accorsero 600mila praghesi). Le fiamme che mangiavano il suo corpo non poterono fare il giro del mondo come venti anni dopo fece la foto che immortala il ragazzo disarmato che in piazza Tienanmen si para davanti al carrarmato della repubblica cinese (sulla quale la controinformazione si è sbizzarrita).

Come ricorda Pierluigi Battista sul Corriere, la meglio gioventù sessantottina italiana fece finta di non accorgersene. «E ancora oggi – scrive – non si è mai davvero vergognata per non aver saputo onorare il gesto di un coetaneo schiacciato da un’oppressione enormemente più feroce di quella patita nel libero Occidente. Non fu versata una lacrima per Jan Palach, se si eccettua una canzone meravigliosa di Francesco Guccini». Ancora oggi, aggiungiamo, per la sinistra dura e pura, incapace di cogliere gli aneliti di libertà della storia, per quella salottiera, che fa volontariato per immortalare il beau geste davanti a un selfie, per quella revisionista a metà, che non può resistere alla tentazione dei distinguo, Palach è poco più di un nome straniero. Per gli studenti del liceo Mamiani di Roma, invece, «è roba da fascisti», anche perché se in un istituto meno à la page qualche studente si fa carico di promuovere un dibattito obiettivo su quegli anni nessun cronista ne parla.

Però, caro Battista, c’è un però. Non tutta la generazione cresciuta tra gli anni 60 e 70 ignorò la protesta di Praga (almeno altri sette studenti, tra cui l’amico Jan Zajíc, seguirono l’esempio di Palach). E non solo il popolare cantautore emiliano dedicò una straordinaria canzone a quella primavera strozzata. “Quando ciascuno ebbe tinta la mano, quando quel fumo si sparse lontano Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava all’orizzonte del cielo di Praga”. Un pugno nello stomaco, chapeau al libertario Guccini anche se scelse di non citare il nome di Palach ma utilizzò quello di un predicatore eretico praghese del 1300, Jan Hus appunto, che si fece bruciare sul rogo per non essere condannato a morte. Non ebbe paura invece di pronunciare il nome di Jan, un altro cantautore, meno conosciuto dell’autore della Locomotiva: si chiama Junio Guariento ed è scomparso un anno fa. «È morto sotto i carri armati il futuro che avete sognato. Nella gola vi hanno cacciato le grida di un corpo straziato! Quanti fiori sul selciato, quante lacrime avete versato! Quante lacrime avete versato per Ján Pálach!», cantava il menestrello della Compagnia dell’Anello. Versi che toccano il profondo, versi controcorrente, che non hanno avuto però la grancassa mediatica dei cantautori con le entrature giuste, i palchi giusti, i discografici giusti.

Versi cantati a squarciagola da pochi, troppo pochi. “A Praga muto nella piazza c’è Jan, è vivo è sereno e vive con noi. Un nome e un cognome per l’Europa perché ora vive un eroe anche a Champs Elysées”, cantava Junio ricordando lo studente Alain Escoffier (ancora meno conosciuto di Palach alle grandi platee), che si dette fuoco a Parigi al grido di Comunistes assassins il 10 febbraio 1977 nei giorni dell’arrivo in Francia di Brezhnev. «Nessun poster, nessuno striscione, nessun cartello ne fece un’icona di libertà», conclude Battisti augurandosi che dopo mezzo secolo la musica possa cambiare. In parte sta già accadendo, ma sempre tra mille censure e troppi sospetti, come per il film su Palach di Robert Sedlácek sbarcato con fatica alla mostra del Cinema di Roma. Ancora troppo poco. Sarebbe bastato, all’epoca, non silenziare quella generazione che in Italia non tacque, provò a comunicare una storia diversa, ma che venne combattuta come un pericoloso nemico della pax democratica, un bau bau neofascista e sovversivo.

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