Battisti, il “canto brasileiro” di Grillo: attacca Bolsonaro, ma pensa a Salvini

domenica 13 gennaio 18:08 - di Marzio Dalla Casta

Matteo Salvini lo ringrazia, Beppe Grillo lo accusa. Forse, per trovare una così fitta corrispondenza di amorosi e rancorosi sensi tra Italia e Brasile bisogna risalire alla finale della Coppa Rimet del giugno 1970, da noi perduta malamente (4-1) dopo l’illusione del momentaneo pareggio di Boninsegna. Allora Jair Bolsonaro, che dal 1° gennaio del Brasile è il presidente, aveva da poco compiuto i 15 anni e neppure immaginava che un giorno sarebbe toccato proprio a lui riempire un’altra domenica brasileira con gli applausi (tanti) e con i fischi (pochissimi) degli italiani. Men che meno poteva prevedere che la cattura di Cesare Battisti in territorio boliviano da parte della sua polizia, finisse per aprire una crepa nel governo italiano, il primo – guarda caso – ad “indossare” i colori giallo-verde, gli stessi della leggendaria seleçao. Niente di esplicito, s’intende. Ma balza agli occhi che proprio mentre Salvini si congratulava con Bolsonaro per l’arresto dell’assassino comunista, autore in Italia di ben quattro omicidi, Grillo lo attaccava dal suo blog imputandogli nientemeno di «mettere a rischio le popolazioni indigene dell’Amazzonia e tutto il clima globale». Come abbia potuto farlo in soli dieci giorni è un mistero che forse solo la fervida immaginazione di un comico potrebbe spiegare.

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Tanto più che è lo stesso che per le buche di Roma ancora insulta i predecessori di Virginia Raggi al Campidoglio sebbene, in due anni e mezzo, la sindaca non ne sia riuscita a far sparire neppure una. Ma tant’è: Grillo attacca Bolsonaro per attaccare Salvini e quindi Di Maio, che non vorrebbe più alla guida del M5S. Ha scelto a caso un tema, l’Amazzonia, perché una censura su Battisti non era conveniente. Ma il suo obiettivo è l’alleanza con la Lega, ai suoi occhi ormai elettoralmente troppo onerosa per sostenerla senza “se” e senza “ma”. Avanti di questo passo e di giallo-verde – scommettiamo? – resterà solo la nazionale che fu di Pelè. Com’è giusto che sia.

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