40 anni fa l’omicidio di Alberto Giaquinto. Oggi il ricordo nella sala del Cis a Roma

giovedì 10 gennaio 17:15 - di antonio pannullo

Sono passati 40 anni da quando il giovane missino 17enne Alberto Giaquinto, a cui è intitolato il Cis – Centro Iniziative Sociali, veniva assassinato a freddo nel primo anniversario della strage di Acca Larenzia. Giovedì 10 gennaio ore 18 nella sala convegni del Cis di via Etruria 79 Adalberto Baldoni e Domenico Gramazio ricorderanno il giovane martire Alberto Giaquinto.

Alberto Giaquinto è uno dei tanti, troppi, giovanissimi missini assassinati senza colpa, solo perché volevano fare politica dalla parte che reputavano giusta. E invece si ritrovarono in una guerra, scatenata dagli antifascisti, secondo i quali “uccidere un fascista non è reato”, guerra avallata da chi, quando moriva un missino, si girava dall’altra parte e in qualche caso applaudiva. Ripercorriamo ancora una volta le tappe di quella agghiacciante vicenda, che a raccontarla oggi sembra inverosimile. La morte di Giaquinto è una diretta conseguenza diretta dei fatti di Acca Larenzia. In quel periodo i giovani missini continuavano a subire la più ignobile persecuzione di tutto il dopoguerra: giovani assassinati, sezioni incendiate, manifestazioni assaltate, aggressioni quotidiane. In tutti i modi la sinistra cercava di impedire l’agibilità politica ai ragazzi del Fronte della Gioventù e del Movimento Sociale Italiano. Alberto Giaquinto, di soli 17 anni, fu assassinato da un poliziotto in borghese, Alessio Speranza, con un colpo alla nuca mentre fuggiva. Alberto Giaquinto stava solo ricordando insieme ad altri suoi camerati la strage di via Acca Larenzia avvenuta un un anno prima. Ma il regime democristiano e comunista non voleva permettere neanche quello: la manifestazione si era svolta a Centocelle, davanti a una sede della Dc. Mentre i giovani missini si stavano disperdendo, arrivò questa Fiat 128 bianca, con due persone a bordo: una delle due, Speranza, in servizio alla Digos, la polizia politica dell’epoca, scese dall’auto e sparò al giovane Giaquinto che era di spalle, colpendolo in pieno. Giaquinto era insieme al suo amico Massimo Morsello, cantautore e poeta, che cercò inutilmente di dargli i primi soccorsi. L’ambulanza arrivò solo 30 minuti dopo, e dopo poche ore Alberto cessava di vivere tra le braccia della madre. Molti giovani avevano visto quello che era accaduto, ma quando andarono in commissariato a testimoniare, si videro denunciati perché la manifestazione non era autorizzata. Vergogna nella vergogna, perché – come disse alla Camera lo stesso Giorgio Almirante – il Msi aveva ben chiesto con settimane di anticipo alla questura l’autorizzazione a ricordare i morti di Acca Larenzia con un corteo silenzioso aperto dai parlamentari del partito, cosicché non ci fosse pericolo di disordini. Ma dopo aver perso tempo per parecchi giorni, il ministro dell’Interno aveva rimandato i missini al questore, il quale disse, all’ultimo momento, come faceva spesso, che il corteo non si sarebbe fatto. Ma i giovani missini avevano il diritto e il dovere di ricordare i loro morti, soprattutto perché le indagini su Acca Larenzia non decollavano, mentre decollavano le complicità e le protezioni eccellenti, e pertanto una piccola manifestazione ci fu, quella tragica di Centocelle. Ricordiamo inoltre che in quegli anni l’Autonomia operaia, a Roma, a Milano, praticamente ogni sabato teneva violente manifestazioni tutte non autorizzate, nel corso delle quali devastava le città, metteva esplosivi e tirava bombe molotov. Il tutto tollerato dalle forze dell’ordine, dalla questura e dal ministero dell’Interno. Va ricordato che in quegli anni il 90 per cento delle manifestazioni del Msi e del FdG venivano regolarmente vietate, quasi sempre arbitrariamente. Nel caso in cui fossero consentite, le sinistre ne organizzavano altre nelle immediate vicinanze, così da costringere le forze dell’ordine a intervenire contro i soliti fascisti provocatori. Era passato in Italia il messaggio che la presenza stessa di un anticomunista fosse una “provocazione”, solo le sinistre potevano parlare ed esprimersi. Nelle scuole, nelle università, in piazza, nel luoghi di lavoro. Ma molti ragazzi non ci stavano, non accettavano queste dittatura, decisero di difendere la loro libertà.

“Non la troviamo! Non la troviamo, la pistola!”

Ma quella volta la questura, e quindi il Viminale, superarono loro stessi: sin dal primo momento si tentò, da parte delle sinistre e dei soliti giornali, e anche da parte della questura, di infangare e calunniare Alberto Giaquinto, dicendo falsamente che era armato, che aveva munizioni, che aveva minacciato i poliziotti: tutte menzogne, e per giunta con le gambe corte, perché nessuna pistola fu mai trovata, né le munizioni, e fu provato che lui stava andando via, altro che minacciare. Esagerazioni di parte? No, perché proprio nei momenti in cui Giaquinto agonizzava e la famiglia era accorsa all’ospedale San Giovanni, la questura inviò una tempestiva perquisizione a casa Giaquinto, all’Eur, nella frenetica ricerca di un’arma che non fu ovviamente mai trovata. “Non la troviamo , non la troviamo!”, “La dovete trovare!”, era il tono delle telefonate tra i poliziotti e la questura a casa Giaquinto. Certo, perché il “fascista” doveva essere cattivo, e le sinistre dovevano avere sempre ragione: altrimenti come facevano a dire che uccidere un fascista non è reato? Ma non è finita qui: dopo l’assassinio, il ministero rifiutò per giorni di fornire il nome del poliziotto che aveva ucciso il 17enne, intorno a lui ci fu un comportamento che definire omertoso non è un’esagerazione. Il più stretto riserbo fu tenuto sulla vicenda. E ancora oggi non si saprebbe il nome del responsabile, se non fosse stato per la disperata determinazione del padre del ragazzo assassinato, Teodoro Giaquinto, la verità non sarebbe venuta a galla mai. Teodoro Giaquinto era un farmacista che aveva la sua attività a Ostia, simpatizzante missino, tanto che ogni mese non mancava di far avere il suo piccolo contributo alla locale sezione del Msi, poiché allora non c’era il finanziamento pubblico e il Msi non rubava come invece facevano i partiti dell’arco costituzionale. Questo padre, visto che gli inquirenti non facevano il loro mestiere, anzi ostacolavano la ricerca della verità, pagò di tasca propria un’agenzia di investigazioni la quale sentì centinaia di testimoni, sia tra i ragazzi che avevano partecipato alla manifestazione sia tra gli abitanti del luogo sia tra i commercianti nei pressi di piazza dei Mirti. Nessuna pista fu trascurata, e in breve si seppe la verità. Fu Almirante che in un’interrogazione parlamentare, atto insindacabile, fornì al Viminale il nome del colpevole. Ma le denunce per i missini che si erano recati a testimoniare rimasero. Ma il peggio doveva ancora venire: Speranza fu condannato a sei mesi per “eccesso colposo di legittima difesa”. Difesa da cosa? Da un ragazzo disarmato che stava fuggendo? Lo sgomento tra la comunità missina, l’unica alla quale importava di questo ragazzo, fu grande. Giaquinto era uno studente, amato da tutti, estroverso, amante della musica e del calcio, allegro, come tutti i ragazzi della sua età. Aveva il “difetto” di avere le sue idee politiche, di voler cambiare il sistema, e questo, nell’Italia di allora, era imperdonabile. Non fu il primo e non sarebbe stato l’ultimo giovane ad essere ucciso dai terroristi di sinistra o dalle forze dell’ordine, ma la sua memoria è più viva che mai. A Ostia gli è stato dedicato dal sindaco Alemanno un giardino, ma il riconoscimento più importante è venuto molti anni dopo, nel 2002: lo Stato fu costretto a riconoscere un indennizzo alla famiglia, cosa che equivale a un’ammissione di colpa e di responsabilità. La famiglia ovviamente lo rifiutò, e i soldi furono utilizzati per la tomba di dove oggi riposa Alberto. Sul piano processuale, il 17 aprile 1988, dopo quattro processi, la Corte di Cassazione emise la sentenza definitiva, stabilendo che a sparare e a uccidere Alberto Giaquinto fu l’agente di pubblica sicurezza Speranza. Insomma, in quella circostanza il regime “democratico e antifascista”, come amava ripetere, mostrò il suo lato peggiore: per giorni e giorni si disse, grazie ai giornali allineati, che Alberto era armato, per giorni si rifiutò di dire il nome dell’agente che aveva sparato, si dettero più versioni contrastanti dei fatti, chi andava a testimoniare veniva denunciato per manifestazione non autorizzata e altro. Ma la verità era diversa: i ragazzi erano disarmati, nessuno aveva minacciato la polizia, i due giovani si stavano allontanando, tutte cose poi confermate dagli esami scientifici, guanto di paraffina compreso. Dopo l’autopsia, la versione mendace della polizia crollò. Alberto Giaquinto era nato a Roma il 5 ottobre 1962, frequentava il terzo anno del XIV liceo scientifico Peano, e fu la quinta vittima di Acca Larenzia, poiché, pochi mesi dopo la strage, il padre di Francesco Ciavatta, non potendo resistere al dolore, si era ucciso ingerendo una bottiglia di acido muriatico.

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