2 agosto, processo “edipico” a Bologna per mettere sotto accusa Stefano Sparti

lunedì 14 gennaio 12:19 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

come è stato puntualmente riferito anche in questa sede, è possibile che la Procura della Repubblica di Bologna decida d’incriminare Stefano Sparti per “falsa testimonianza” – per “depistaggio” non è possibile, anche se l’ipotesi è stata fatta dal presidente della Corte d’Assise, Michele Leoni, in quanto Stefano Sparti non è un “pubblico ufficiale” -, essendosi presentato a Bologna, nel processo a carico di Gilberto Cavallini, per smentire la testimonianza del padre, Massimo, contro Valerio Fioravanti. Se accadrà, questa incriminazione potrà essere registrata – e con grande rilievo – negli annali della storia giudiziaria italiana, rappresentando il primo caso di “totale conflitto generazionale” in sede processuale. Infatti, certamente Stefano Sparti ha fatto confusione tra le giornate del 2 e del 3 agosto 1980, ma bisogna evidenziare come questo suo ricordo di bambino di neanche 11 anni si sia cristallizzato nella sua memoria, come lui stesso ha più volte ripetuto anche durante la deposizione, in base alle immagini televisive sull’attentato alla stazione di Bologna. Ora, non bisogna essere né storici di vaglia né investigatori di talento per sapere come, anche e soprattutto il giorno dopo la strage, in televisione non si parlò d’altro. Anzi, a voler essere intellettualmente onesti – anche se questo non è sempre possibile, nelle aule di giustizia petroniane, specialmente quando si tratta del 2 agosto -, l’aver conservata “intatta” questa impressione giovanile, senza rielaborazioni alla luce di quanto processualmente noto circa gli spostamenti di Cristiano Fioravanti, depone semmai a favore della genuinità della testimonianza di Stefano Sparti, non della sua falsità.

Testimonianza che, peraltro, è incentrata su due aspetti, il primo dei quali pure riscontrato nelle parole di sua madre, di sua nonna e della loro collaboratrice domestica: nei primi giorni di agosto 1980, Massimo Sparti era a Cura di Vetralla e non a Roma e, di conseguenza, non poteva aver incontrato Valerio Fioravanti. Il secondo elemento, quello più interessante, è l’aver raccolto in punto di morte, Stefano Sparti, la confessione del padre circa il fatto di aver sempre mentito, accusando Fioravanti: si può credere o meno, oggi, alle parole del figlio, ma come può essere possibile dichiararlo “mendace” da un punto di vista giudiziario? D’altro canto, a essere convinti che Massimo Sparti abbia mentito e che i giudici di Bologna che gli credettero abbiano commesso un grave errore di valutazione, lo credono in tantissimi e, tra loro, anche un personaggio insospettabile di simpatie per i condannati e gli imputati della galassia Nar. Si legge, in Processo alla Giustizia, edito da Marsilio nel 1994, alle pagine 83/85: «Le pur gravissime imputazioni che gravano su Fioravanti e sulla Mambro si fondano sulle dichiarazioni di un certo Massimo Sparti e tutta la vicenda assume i caratteri dell’assurdità quando una frase detta da Fioravanti in presenza di questo super testimone finisce, non si sa come, per assumere i caratteri della incontestabile verità. […] La magistratura non ha voluto tener conto della contraddittorietà delle dichiarazioni di Massimo Sparti. E va bene. Ma non ha neppure tenuto conto dell’ambiguità di questo super teste la cui fedina penale non è delle migliori: risultano infatti a suo carico condanne per furto, truffa, false dichiarazioni sulla propria identità, associazione per delinquere e la sua storia personale presenta anche un ricovero in un manicomio criminale. […] Ma a ulteriore censura delle modalità procedurali seguite dai giudici di questo processo, va detto che in tutta la vicenda Sparti è stato trattato come un testimone quando invece la vicenda doveva portare a considerare lo Sparti almeno come imputato di reato connesso. Nonostante tutte queste incongruità logico-giuridiche la Corte d’Assise ha ritenuto di poter pronunciare sentenza di condanna all’ergastolo nei confronti dei due imputati. Bisogna riconoscere che in questo caso, al libero convincimento di cui il giudice deve disporre, si è sostituito un criterio soggettivo di valutazione che ha palesemente forzato la testimonianza dello Sparti per sostenere l’ipotesi accusatoria». Una tesi argomentata e interessante, questa appena trascritta, e che assume un maggior carattere d’interesse, nel rilevare che è stata espressa e firmata da Nicolò Amato, uomo di rilievo nell’apparato giudiziario italiano e padre di Giuseppe Amato, cioè, del procuratore della Repubblica di Bologna che oggi avrebbe il compito d’inquisire il figlio di Massimo Sparti per aver detto sostanzialmente la stessa cosa. Forse, è il caso di ricapitolare: per aver smentito il padre-testimone, il figlio potrebbe essere messo sotto accusa da un figlio-giudice che, per procedere, dovrebbe sostenere sullo stesso punto la tesi contraria del suo di padre, a sua volta magistrato. Con l’unica differenza che, mentre il padre di Stefano Sparti è morto, Nicolò Amato è ancora in vita e ciò potrebbe rendere ancor più antipatico l’agire del figlio Giuseppe. Oddio, per fortuna del procuratore, esistono i “pm”, altrimenti definiti “sostituti procuratori”, il che potrà rendere meno pesante la situazione in quel di via Garibaldi, ma certamente non basterebbe “shekerare” le migliori doti di Sofocle e Aristofane, per descrivere la tragicommedia di padri e figli che si smentiscono o potrebbero essere costretti a smentirsi nelle parole e nelle azioni di questo nuovo processo per la strage.

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