Processo Cavallini, in aula l’ex custode del poligono di tiro di Mestre

giovedì 6 dicembre 11:59 - DI Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

a Bologna il processo a carico di Gilberto Cavallini assume vieppiù i caratteri dell’irritualità procedurale, con episodi destinati a rimanere nelle memoria giudiziaria collettiva. Oggi sarebbero dovuti essere di scena i testimoni che videro Francesca Mambro, all’indomani del 2 agosto, partecipare alla rapina dell’armeria di via Menenio Agrippa a Roma, quelli che la videro con i capelli del suo colore naturale, a smentita di ciò che disse nella sua nota testimonianza Massimo Sparti. Non si sono presentati in aula, nessuno dei quattro, e non sarebbe stato facile altrimenti, visto che le Poste italiane non sono riuscite, nonostante il congruo tempo, a recapitare loro le convocazioni. Se ne riparlerà il prossimo 19 dicembre. In tribunale, invece, c’era Maurizio Paolucci, l’ex-custode del poligono di tiro di Mestre, le cui parole, per un certo periodo, nel 1982, inguaiarono Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio. Convocato dalle Parti civili, l’interesse ad ascoltare Paolucci consisteva nel fatto che potrebbe collegare il gruppo di Valerio Fioravanti agli esponenti di Ordine nuovo del Veneto, avendo anche – e su questo verteva la testimonianza del Paolucci – disponibilità di esplosivo “T4”, del tipo, cioè, che si presume essere stato usato alla stazione di Bologna. Ora, la testimonianza di Paolucci non è certo una novità, è stata alla base di due processi da cui Maggi, Digilio e altri sono usciti assolti con formula piena: i magistrati veneziani hanno stabilito che i due non hanno mai trafficato con bombe et similia e, conseguenza logica, non possono averne fornito ad altri. Dunque, a cosa possa servire ascoltare nuovamente ciò che non è stato creduto da altri tribunali della Repubblica poco si capisce, specialmente in un processo che, di contro, pretende di accogliere, come oro colato, le sentenze passate in giudicato a carico di Mambro, Fioravanti e Luigi Ciavardini. D’altro canto – e si viene al punto della “irritualità” – che si brancoli sostanzialmente nel buio, in questo dibattimento, lo ha dimostrato la curiosa richiesta della Procura di procedere, proprio oggi, in aula, a una ricognizione fotografica, mostrando al teste cinque o sei foto dei più noti ex-Nar. Richiesta alquanto curiosa in quanto, al Paolucci, non sono state nemmeno mostrate le stesse fotografie di 36 anni orsono, casomai per chiedergli ancora oggi se riconoscesse o meno qualcuno, ma altre, prese a prestito dalla documentazione di un vecchio e diverso procedimento. Comunque, sia, ora come allora, Paolucci non ha riconosciuto nessuno, se non vagamente Valerio Fioravanti, ma specificando di averlo visto al «cinema», non in televisione o sui giornali. Cioè, successivamente ai fatti sui quali è stato chiamato a deporre. Un fatto positivo per la difesa? Assolutamente no, dal momento che un mancato riconoscimento in questa sede può benissimo essere interpretato come un “fallo” della memoria – sono pur sempre passati 36 anni -, mentre è di tutta evidenza, però, che se il Paolucci avesse risposto positivamente alle sollecitazioni dell’accusa, il fatto sarebbe stato ascritto certamente a carico dell’imputato.

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