Pietro Mannelli, il fascista pisano che divenne generale delle Waffen SS

martedì 4 dicembre 20:10 - DI Antonio Pannullo

A scanso di equivoci, occorre dissipare un equivoco durevole: dobbiamo distinguere le tedesche SS Allgemeine, che era la famigerata polizia nazista in uniforme nera, dalle Waffen SS, ossia le SS combattenti, che si formarono all’inizio della guerra per combattere in tutta Europa principalmente contro il comunismo. Per intenderci, le Waffen SS erano dei corpi internazionali, a comando tedesco, dove si arruolarono a centinaia di migliaia tutti i volontari di quei popoli che nella Seconda Guerra Mondiale si sentivano più rappresentati dall’Asse che da Stalin e Roosevelt. Così, vi furono divisioni SS francesi, come la Charlemagne protagonista della difesa estrema di Berlino dalle truppe del maresciallo Zukov, belghe, danesi, scandinave, albanesi, arabe, per non parlare delle decine di migliaia di russi bianchi, ucraini, bielorussi, giorgiani, baltici, che entrarono nelle SS per combattere l’oppressione sovietica. C’erano persino qualche centinaio di SS americane e britanniche. La storia che vogliamo raccontare è quella di un generalmajor, ossia un generale, delle SS italiane, Pietro Mannelli, originario della provincia di Pisa, che a un certo punto della guerra si trovò a essere brigadefhuerer delle Waffen SS. Altri italiani famosi nelle SS italiane furono Pio Filippani Ronconi, Carlo Federigo degli Oddi, Guido Fortunato, Paolo De Maria, e Franz Binz. Pietro Mannelli non era uno qualunque: nato nel 1896 a San Romano, nel Pisano, si arruolò come tenente degli Alpini nella grande Guerra per unirsi a Gabriele D’Annunzio nell’impresa di Fiume. Tornato in Italia, partecipò alla Marcia su Roma nel 1922 divenendo Sciarpa littorio. L’anno dopo entrò nella Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, raggiungendo il grado di Primo Seniore. Partì poi volontario per la guerra di Etiopia e per la guerra di Spagna, ricoprendosi di gloria, come attestano le due Medaglie d’Argento e uno di Bronzo di cui fu insignito per atti di valore, oltre a sei Croci al merito e numerose onorificenze straniere. Durante la guerra fu inoltre in Libia e in Albania. Dopo l’8 settembre Mannelli non poteva che aderire alla Repubblica Sociale Italiana, dove si occupò della formazione delle Waffen SS italiane, la 29ma Italienische Waffenverbände der SS, che contava 18mila uomini, molti dei quali provenienti, come Mannelli, dalla Camcie nere, ma non solo da loro. Mannelli fu in Francia e poi divenne il primo capo delle SS italiane. Fu a Milano e poi a Bergamo, e mentre con la sua colonna si stava trasferendo verso Como, venne circondato dai carri armati americani e dovette arrendersi nel comune di Gorgonzola. Preso prigioniero, fu trasferito nel campo di concentramento alleato pisano di Coltano, il Pwe 337, il celebre fascists criminal camp, nel quale tra gli altri furono reclusi anche Ezra Pound, Mirko Tremaglia, lo stesso Pio Filippani Ronconi, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Enrico Ameri, Mauro De Mauro e altri 32mila militari della Rsi. Processato,per collaborazionismo, fu condannato ma liberato dopo alcuni mesi. Visse successivamente a Roma, dove morì il 4 dicembre 1972. Non tutti gli italiani volontari nelle SS furono inquadrati nella 29ma, molti altri entrarono nelle divisioni Wallonie, Nordland, Prinz Eugen e molti altri nella Polizei SS “Bozen”, soprattutto queli provenienti dall’Alto Adige. Le SS italiane operarono e combatterono a Trieste, in Croazia, in Grecia, in Polonia, e soprattutto combatterono valorosamente sul fronte di Nettuno, dove tennero la linea per settanta giorni, pagando un prezzo altissimo: oltre la metà dei volontari cadero sul campo.

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