Silenzio assordante sul film “Jan Palach”. L’Occidente non ricorda (video)

C’era da aspettarselo: il film su Jan Palach è arrivato alla Mostra del Cinema di Roma sotto silenzio, nessun giornale o tv ne ha parlato né l’ha messo in evidenza: prosegue così, a trent’anni dalla fine della Guerra Fredda, quella congiura del silenzio da parte di un Occidente dalla coscienza sporca. Sì, perché non c’è più l’Unione Sovietica a mettere la sordina a ciò che di male fanno i comunisti, come nel caso di Katyn e della torcia umana polacca che si immolò a Varsavia ben prima dello studente cecoslovacco, no: sono le democrazie occidentali, o sedicenti tali, a nascondere tutti i crimini del comunismo, dai Gulag alle foibe, dall’invasione dell’Ungheria alle deportazioni delle minoranze etniche, dall’Holodomor ucraino ai campi di sterminio in Vietnam o Cambogia, ai Laogai cinesi, ancora esistenti. Così come le sinistre internazionali hanno sempre negato gli orrori del comunismo per evidenziare quelli del fascismo, oggi ancora si nasconde la verità storica, dopo aver fucilato e chiuso in manicomio i poeti fascisti che attaccavano il capitalismo, oggi l’establishment culturale egemonizzato dalla sinistra nasconde sotto il tappeto il suo totalitarismo, nella perfetta lettera marxista. Ma, ci chiediamo, che danno può fare la memoria di un ragazzo che si è sacrificato per dare testimonianza di libertà? Il capitalismo teme forse di infastidire la sinistra lobbista, con la quale ha stretto alleanza da tempo per dominare questo pianeta? Sembra non ci sia altra spiegazione, oltre a un richiamo degli affetti comunista teso a nascondere i loro crimini. E’ per questo che Jan Palach, il bellissimo film sulla libertà uscito nel cinquantenario della brutale aggressione armata dell’Urss in Cecoslovacchia, è passato completamente sotto silenzio, come fosse un Samizdat. Il regista è il ceco Robert Sedlácek, giornalista, sceneggiatore e documentarista, che ha al suo attivo oltre trenta film. Il film racconta la storia e il travaglio di Jan Palach e degli studenti suoi amici, alcuni dei quali seguirono poi il suo esempio, ma anche di questo l’Occidente non ha mai dato notizia. Jan Palach era convinto di dover risvegliare la coscienza della sua patria e decise di farlo con un gesto estremo, come facevano i bonzi in Oriente e come poi fece a Parigi Alain Escoffier, altro martire europeo dimenticato dalla coscienza continentale. «Ho avuto l’onore di portare sullo schermo uno dei più grandi eroi della nostra storia – dice il regista a Destra.it – in un film che riflette sulla lotta contro il potere. Ogni popolo ha bisogno di persone che sappiano ribellarsi contro la tirannia non solo con le parole, ma anche con le azioni. Ogni popolo ha eroi che lo rappresentano e uno di questi per noi è Palach, un personaggio fuori dal comune. Ma perché parlare di lui oggi? Perché la sua storia sia da monito per noi e le future generazioni, anche se la situazione dei nostri giorni non è paragonabile a quella dei tempi di Palach, quando bisognava dichiarare che il nero era bianco, il bianco era nero e che l’occupazione era un “aiuto fraterno”. Recentemente sono stato invitato a presentare il film a un festival per ragazzi nella Repubblica Ceca, ed ero molto preoccupato, non pensavo che Jan Palach fosse un lavoro adatto ai giovanissimi. E invece la giuria di ragazzini dagli 11 a 15 anni lo ha premiato. E anche nei licei la reazione è sorprendente». Ma, tornando all’inizio, cosa ci si può aspettare da una civiltà che ha gettato uno dei suoi più grandi poeti, Ezra Pound, in manicomio per 13 anni e ha fucilato un altro poeta, Robert Brasillach, in un’ottica di regolamento di conti gangstristico con chi non la pensava come i vincitori?