Raggi, Di Maio e Dibba festeggiano insultando i giornalisti: «Infimi sciacalli»

«Infimi sciacalli» e «vere puttane». I problemi giudiziari di Virginia Raggi o il calo di consensi del M5S, registrato da tutti i sondaggi, hanno dei mandanti precisi: sono i giornalisti. È la chiave di lettura che lo stato maggiore pentastellato offre un minuto dopo l’assoluzione del sindaco, insultando e minacciando repulisti e leggi bavaglio. Un tentativo di buttarla nel caos, guidato dai gemelli diversi dell’universo grillino: il candidato in pectore per tutte le stagioni, Alessandro Di Battista, e il vicepremier Luigi Di Maio, che evidentemente ricorda il suo ruolo istituzionale solo per agitare il potere di censura.

«Il peggio in questa vicenda lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli, che ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi», ha scritto su Facebook il vicepremier, per il quale «la vera piaga di questo Paese è la stragrande maggioranza dei media corrotti intellettualmente e moralmente. Gli stessi – ha aggiunto – che ci stanno facendo la guerra al governo provando a farlo cadere con un metodo ben preciso: esaltare la Lega e massacrare il Movimento sempre e comunque». Dunque, non le leggerezze dei suoi esponenti e nemmeno la parola degli elettori che si esprime nei sondaggi. A monte di tutti i mali che si abbattono sul M5S c’è la stampa, che per il numero due del governo, a sua volta iscritto all’Ordine dei giornalisti, si identifica con «pagine e pagine di fakenews, giornalisti di inchiesta diventati cani da riporto di mafia capitale, direttori di testata sull’orlo di una crisi di nervi». E, soprattutto, va imbrigliata il prima possibile: «Presto faremo una legge sugli editori puri, per ora buon Malox a tutti», ha annunciato Di Maio, rilanciando uno spauracchio ormai più che ricorrente.

Di Battista, poi, ha scelto il vernacolo puro, indicando i giornalisti come «puttane» e lanciandosi in una parafrasi che per chi abbia un minimo di memoria storica e consapevolezza politica è ancora più offensiva del turpiloquio. «Infangare un grillino per costoro non è mai reato», ha detto. E non sfuggirà l’assonanza con «uccidere un fascista non è reato», con quell’effetto farsa su un slogan che fu alla base di autentiche tragedie. Ma tant’è. Il figlio dell’ex missino ritiene di concludere così il suo scomposto atto d’accusa nei confronti dei giornalisti. «Oggi la verità giudiziaria ha dimostrato solo una cosa: che le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà», è stato il post di Di Battista, che ha invitato a non prendersela «con i pubblici ministeri, hanno solo fatto il loro lavoro». Per lui, «i colpevoli sono coloro che l’hanno insultata, calunniata», quei pennivendoli «che da più di due anni le hanno lanciato addosso tonnellate di fango con una violenza inaudita».

Del resto, a far capire quale sarebbe stato l’andazzo ci aveva pensato in mattinata il marito della Raggi, Andrea Severini, postando (e poi cancellando) su Facebook una foto di alcuni giornalisti in attesa sotto casa loro: «Avvoltoi con sembianze umane», era il commento a corredo, che ha istigato nei follower insulti e istinti violenti fra i più fantasiosi, dal lancio di olio bollente a quello di monetine arroventate. Il tutto mentre la Raggi, dopo l’assoluzione, invitava a una riflessione ben precisa: «Il dibattito politico non deve trasformarsi in odio». Va da sé, dopo essersi presentata lei stessa come una vittima «mediaticamente e politicamente colpita con una violenza inaudita e con una ferocia ingiustificata».