Tap, tradimento o fallimento la Lezzi deve dimettersi. Ecco perché

Sarà pure vero, come scrive Di Maio sul Blog delle Stelle, che «il M5S sta dalla parte giusta della Storia» ma di certo non ha scelto il lato scomodo della coerenza. Per averne conferma basta leggere le sprezzanti parole con cui Barbara Lezzi ha respinto le richieste di dimissioni invocate a gran voce dal movimento pugliese “No Tap”. Piuttosto che spiegare il voltafaccia suo e dei Cinquestelle pugliesi sulla realizzazione del gasdotto del Salento, la ministra si è messa a spaccare il capello in quattro negando, rinnegando e recriminando. In tutto simile ad uno di quei vecchi politicanti che si credevano ormai archiviati dal vento del cambiamento. Lo scandalo è proprio qui. Già, perché per regola interna ciascun eletto grillino è portavoce del territorio nelle istituzioni. È cittadino fra cittadini, specchio fedele delle loro pulsioni e delle loro esigenze. È uno stipendiato del popolo, suo vero e unico datore di lavoro, e perciò da questi “licenziabile”. Non per nulla i pentastellati vogliono cancellare dalla Costituzione il divieto di mandato imperativo, principio da essi degradato a scappatoia morale in uso a voltagabbana e trasformisti. Se fosse stato già abolito, la Lezzi non avrebbe avuto scampo. Oggi, invece, grazie alle leggi di «quelli che c’erano prima» può fare marameo e dimenticare le promesse di ieri, comprese la chiusura dell’Ilva e il blocco della Tap, grazie alle quali il M5S ha raccolto in Puglia percentuali bulgare. Invece, l’acciaieria è ancora lì e il gasdotto si farà. Che sia fallimento o tradimento non importa. Su Ilva e Tap, i Di Maio, le Lezzi, i Di Battista («la blocchiamo in due settimane», do you remember, Alex?) se la sono suonata e cantata da soli. Ora pretendono che i loro elettori abbocchino alla storiella dei pozzi avvelenati dai politici “brutti, sporchi e cattivi” che c’erano prima. Troppo comodo. Dimettersi, per loro, è davvero il minimo sindacale.