Strage di Bologna, il generale Mori dichiara: “Sì, il Lodo Moro esisteva…”

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

L’udienza di oggi al processo per la Strage del 2 agosto ’80 si presta benissimo a una descrizione di tipo calcistico. Giocando in casa, le parti civili hanno condotto il gioco – incentrato sull’esame del generale Mario Mori -, con continui passaggi orizzontali, divagazioni e povertà d’idee. Non verticalizzando mai, incapaci di un reale affondo, alla fine, l’avvocato Nicola Brigida, nell’insolito ruolo di “fantasista” dell’accusa, ha perso il pallone a centrocampo, permettendo ad Alessandro Pellegrini, difensore di Gilberto Cavallini, di realizzare un goal spettacolare: far ascoltare alla Corte l’ex-comandante del Sisde e del Ros, il quale attesta l’esistenza del “Lodo Moro”. La giornata, come detto, si era trascinata per circa due ore e mezzo intorno a questioni poco significative e a domande a cui il generale dei Carabinieri ha potuto sempre rispondere solo molto parzialmente, evidenziando, a chi lo sollecitava, come colui che comanda un raggruppamento investigativo complesso non sempre può essere a conoscenza dei particolari di ogni singolo atto d’indagine. E senza mai dare la sensazione di una qualche reticenza, essendo perfettamente in grado, l’alto ufficiale, d’indicare esattamente i suoi sottoposti che avrebbero potuto o potrebbero eventualmente chiarire nello specifico ogni particolare su cui si è sentito interrogare. Insomma, una chiamata, quella del generale Mori al processo per la Strage di Bologna che potrebbe definirsi del tutto inutile, se non fosse, appunto, per quella risposta finale a Pellegrini, quando ha ricordato come il suo collega al Sid, colonnello Sportelli, gli confermò – nel corso di alcuni colloqui, probabilmente più d’uno – l’esistenza di un accordo tra lo Stato italiano e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina che – com’è noto – prevedeva la “chiusura di un occhio” sui traffici dei terroristi arabi, in cambio della garanzia di non compiere attentati in Italia. Domanda e precisazione che il presidente della Corte di Assise, Michele Leoni, certamente non avrebbe ammesso – la trattazione del “Lodo Moro” e della “Pista palestinese” è stata sostanzialmente esclusa fin dall’udienza preliminare -, se la Corte stessa da lui presieduta non fosse stata costretta ad ascoltare per oltre due ore fumosi tentativi d’introdurre in questo processo elementi riguardanti l’omicidio di PierSanti Mattarella – per il quale Cavallini è già stato processato e assolto in via definitiva – e niente meno che altri riguardanti il così detto “processo per la trattativa Stato-Mafia”. Per altro, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, l’iniziativa delle parti civili è stato oggetto di non poca irritazione e di frequenti richiami da parte del presidente Leoni, essendo che, nello “Stato-Mafia”, Mori non solo è stato coinvolto, ma condannato in primo grado a 12 anni di carcere e, per tanto, nel diritto di rispondere sul tema solo se adeguatamente assistito da un difensore. Dunque, nulla di fatto per l’accusa – i “pm” hanno addirittura rinunciato a prendere parte all’esame del teste, non proponendo neanche una domanda – e un buon punto segnato dalla difesa che, quale che sia la direzione che prenderà il processo, ha illuminato ulteriormente la strada che conduce a verità alternative, rispetto a quelle cristallizzate nelle sentenze passate in giudicato.