Scurati e il “fattore M” sfuggito di mano: troppi lettori, e c’è chi si allarma…

“C’è questo fastidioso, nocivo, stupido ritorno di M”. Dove M sta per Mussolini e sta anche per “M il figlio del secolo“, il libro di Antonio Scurati molto venduto e molto criticato da Ernesto Galli della Loggia (per una serie di errori storici contenuti nelle 800 pagine del libro stesso). A scrivere di questo fastidio sul Foglio, invece, è Camillo Langone, penna intinta nell’acido e nota per segnalazioni enogastronomiche. Da dove viene, si chiede Langone, questo irritante interesse per Mussolini e il fascismo, visto che si tratta di “merda”? Una spiegazione non viene fornita – e per fortuna viene risparmiato al lettore l’improvvido paragone col governo in carica, presuntamente paradittatoriale – per passare all’assalto di Giorgia Meloni e del suo Fratelli d’Italia, la quale Giorgia Meloni avrebbe il torto di fare troppe citazioni di Almirante, con corredo di presentazioni di libri di repubblichini e ottuso nostalgismo. Tutti connotati che procurano a Langone incurabile reflusso gastrico, al contrario delle prelibatezze culinarie di cui solitamente scrive.

Sfrondata dalle invettive, la domanda posta è però fondata. Da dove viene questo interesse? Come mai il libro di Scurati si vende? Come mai nessuno percepisce che si tratta di un libro fondativo di un nuovo antifascismo (come l’autore e la casa editrice Bompiani l’avevano presentato) e anzi viene letto come una storia del fascismo esente da pregiudizi (non del tutto esente, poi, perché qua e là il pregiudizio affiora)? Forse semplicemente perché, a furia di rimozioni, di condanne postume, di demonizzazioni, il passato si riprende il posto che gli spetta tra coloro che sono interessati a capire. E poiché Scurati ha voluto fare del fascismo un racconto-feuilleton, seguendo Mussolini passo dopo passo, mese dopo mese, anno dopo anno, infrangendo la frettolosa etichetta di “mostro” che gli era stata affibbiata, anzi trasformando il fascismo in un manufatto pop, ha realizzato suo malgrado un libro revisionista. Revisionista perché non si adatta né allo schema apologetico dei nostalgici, né allo schema esorcistico degli antifascisti. E la storia, quando è revisionista, piace, incuriosisce e convince. E pone interrogativi.

Era già accaduto con un altro libro, Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa, il quale nel 2003 semplicemente raccontò gli orrori della guerra civile scalfendo il piedistallo su cui la Resistenza era stata collocata. Un’operazione imperdonabile per tanti, ma destinata ad aprire un filone, nel quale M il figlio del secolo si va ad inserire malgrado la stessa volontà del suo autore. Sono le operazioni di lunga durata destinate a cambiare la percezione collettiva di un fenomeno e contro le quali nulla può la stizza di recensori, critici e editorialisti vari.

Quando, nel 2001, dentro il partito che allora si chiamava Alleanza nazionale si scatenò un dibattito sull’espressione con la quale Gianfranco Fini aveva liquidato il fascismo – “male assoluto” – l’ex repubblichino Pino Rauti rimproverò l’allora leader della destra facendogli notare che su quel male assoluto gli storici continuavano ad arrovellarsi scrivendo decine di libri e i lettori non mancavano visto che le case editrici li pubblicavano. L’operazione di consegnare alla storia il fascismo depurato dai giudizi etici non potevano farla gli eredi, non potevano farla i missini, non potevano volerla gli antifascisti. Ma il traguardo finale resta quello. Scurati ha dato il suo contributo a un processo inesorabile. Per questo vende, per questo viene letto, per questo convince. I risentiti si mettano, dunque, l’anima in pace.