Rampelli da applausi: «Mai più parole inglesi tra le carte della presidenza»

Sempre quel brutto vizio di inzeppare i documenti di parole straniere. Che non accada mai più. Da applausi l’intervento di Fabio Rampelli. Si stava apprestando a presiedere l’assemblea di Montecitorio, quando qualcosa lo ha profondamente irritato. Mentre stava leggendo le carte che gli uffici della Camera redigono per il presidente di turno, Rampelli ha avuto un sussulto: legge la parolina che vi trova scritta, “performances” ma un attimo dopo si  blocca e dice «prestazioni». Poi l’appello deciso: «Siccome ci troviamo nel Parlamento italiano e non nella Camera dei lord, i testi devono essere scritti in italiano». Si giustificano dicendo che si tratta di un termine usato dall’Inps che la Camera non può modificare. Ma Rampelli è categorico, Inps o non Inps. E ha replicato: «Dovete modificare tutto ciò che arriva in Parlamento con parole straniere. Non voglio più vedere vocaboli inglesi tra le carte della presidenza».

Un po’ di sacrosanto sovranismo linguistico alla Camera è un atto dovuto per rispetto alle istituzioni italiane, alla lingua italiana. Rampelli ha sempre avuto a cuore la sua tutela, tanto che nel marzo scorso Fratelli d’Italia ha presentato  due disegni di legge, uno dei quali costituzionale, alla Camera. In essi si chiede di «salvaguardare la lingua italiana come patrimonio prezioso da tutelare», riconoscendole lo status di idioma «ufficiale della Repubblica». Nei testi si chiede anche l’istituzione di un “Consiglio superiore” contro l’abuso delle lingue straniere. Un fenomeno che ha superato i limiti, sconfinando perfino all’interno di leggi e decreti italiani: jobs act, spending review, split payment. Ha ragione Rampelli, non se ne può più.