Pensioni, mai più oltre i 67 anni: il blocco dell’età allo studio del governo

In pensione di vecchiaia a 67 anni, a partire dal prossimo anno e per sempre. L’ipotesi sarebbe allo studio del governo, che vorrebbe liberare l’età pensionabile dagli adeguamenti automatici in relazione all’aspettativa di vita. Ovvero da quel meccanismo che sposta sempre un po’ più in là la soglia anagrafica dell’agognato pensionamento e che, per esempio, nel 2019 la porterà dai 66 e 7 mesi attuali ai 67 anni (mentre l’anzianità contributiva per le pensioni anticipate senza vincoli di età passerà da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 3 mesi). Uno scatto che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe essere l’ultimo, in modo da fissare stabilmente il 67esimo compleanno come ultimo da lavoratori attivi.

Alla base degli scatti attualmente in vigore c’è il fatto che l’età pensionabile viene calcolata in relazione alle aspettative di vita. E, infatti, il prolungamento della vita lavorativa è stabilito sulla base dei dati demografici rilevati dall’Istat per il triennio precedente. Ora, come ricorda Il Messaggero che ha divulgato l’indiscrezione sulle intenzioni del governo, dà il caso che in questo triennio le aspettative di vita abbiano subito un arresto e quindi anche l’adeguamento di cinque mesi sull’età pensionabile potrebbe essere messo in stand-by. Una circostanza che darebbe al governo un margine di manovra in più per decidere, anche se «l’esecutivo – rivela ancora Il Messaggero – potrebbe scegliere di intervenire comunque in anticipo».

C’è il problema delle risorse. Se da un lato, infatti, il continuo spostamento in avanti dell’età pensionabile ha effetti importanti sulla vita delle persone, dall’altro secondo la Ragioneria dello Stato il suo blocco avrebbe effetti ancora più rilevanti sulle casse pubbliche: lo stop all’adeguamento automatico porterebbe nel 2033 a una spesa previdenziale he pesa sul Pil dello 0,8% in più; nel 2060 si arriverebbe al 21,7% in più, che calcolato sui valori attuali corrisponderebbe a 400 miliardi di euro. Ma le valutazioni della Ragioneria non si esauriscono ai numeri ed entrano invece in un aspetto politico. Secondo la Rgs, infatti, se le intenzioni del governo si dovessero concretizzare, si verrebbe a creare «un sostanziale indebolimento della complessiva strumentazione del sistema pensionistico italiano con conseguente peggioramento della valutazione del rischio Paese». Insomma, il solito refrain dell’intoccabilità delle recenti riforme delle pensioni.