Pensioni, cosa si perde con la “quota 100”: l’assegno si riduce dal 5 al 21 per cento

La riforma pensionistica secondo l’innovazione della “quota 100”, voluta in particolare dalla Lega al fine di superare la legge Fornero, non sarà a costo zero per i lavoratori. L’assegno arriverà prima rispetto ai criteri della riforma Fornero, ma sarà accompagnato da una decurtazione che va da un minimo del 5% a un massimo del 21%. Il Sole 24 Ore ha analizzato caso per caso le oscillazioni del valore dell’assegno a seconda delle diverse condizioni anagrafiche e contributive. L’assegno verrebbe decurtato in base a tre  parametri: il diverso coefficiente di trasformazione a 62 anni, i cinque anni di minori contributi e l’effetto rivalutazione sul montante, ipotizzando una crescita costante sia del Pil sia dello stipendio del lavoratore.

L’esempio del 21%
Un lavoratore con uno stipendio netto di 1600 euro vedrà assottigliarsi del 21% l’assegno previdenziale se sceglie l’uscita anticipata a 62 anni.

Tra l’11e il 5%
Tra l’11% e il 5% sarà la decurtazione per il lavoratore con stipendio da 2mila euro che a 64 anni decide di lasciare l’ufficio dai tre anni a un anno e tre mesi prima.

L’Inps aveva dato – scrive Il Sole 24 Ore – “una quantificazione analoga della riduzione legata all’anticipo: fino a 100 euro in meno al mese per un pensionato della PA (con calcolo retributivo fino al 2011 e contributivo dal 2012 in poi) che esce con uno stipendio annuo di 40mila euro: con cinque anni di minori versamenti anziché prendere una pensione di 36.500 euro annui si fermerebbe a circa 30mila.