Pechino non scherza: “I musulmani sono terroristi, sì ai campi di lavoro”

In principio furono i Laogai, ossia i campi di rieducazione attraverso il lavoro utilizzati dal regime cinese. I Laogai, equivalenti ai Gulag, i campi di concentramento sovietici, cambogiani, vietnamiti, birmani, cubani e delle altre dittature comuniste, sono considerate dal marxismo come un efficace strumento per eliminare il dissenso, sia religoso che politico e per “rieducare” le masse che non vogliono essere comuniste. Pol Pot insegna. Oggi la notizia che in Cina ci sono campi di lavoro per rieducare i musulmani, in particolare la minoranza uighura, non dovrebbe sorprenderci più di tanto, perché la storia recente è piena di queste violazioni dei diritti umani. Ce li raccontò, inascoltato, Solgenitsin. Quello che dovrebbe sorprendere le sedicenti grandi democrazie occidentali è il perché la Ue e gli altri continuino ad avere rapporti commerciali e politici con regimi liberticidi. Ma questa è storia vecchia, si sa che i soldi e il business contano di più che astratti principi umanitari, almeno per certe pretese democrazie liberali.  Oggi Pechino difende la pratica dei campi di rieducazione dove sarebbe ormai rinchiuso un milione di persone appartenenti alla minoranza musulmana degli uighuri, che vive nella regione dello Xinjiang. “Posso dire che prendere queste misure per prevenire e combattere il terrorismo ha già favorito la stabilità sociale dello Xinjiang e la vita delle persone di tutti i gruppi etnici nello Xinjiang”, ha dichiarato infatti oggi il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Kang, aggiungendo che questa politica “è fermamente sostenuta dalle grandi masse dello Xinjiang”. Dopo aver inizialmente negato l’esistenza dei campi, le autorità cinesi nello Xinjiang hanno varato questa settimana un quadro giuridico per la creazione di “centri di addestramento professionale… per educare e trasformare chi è stato influenzato dall’estremismo”. Oltre a corsi di cinese e addestramento professionale, i centri prevedono anche trattamenti psicologici e per la correzione del comportamento. Intanto uno dei leader comunisti dello Xinjiang ha esortato ieri i funzionari del partito a parlare sempre cinese in pubblico, non avere alcuna religione, riferirsi solo all’ideologia marxista, e impegnarsi “fino alla morte” a contrastare la diffusione di prodotti con etichette halal, ovvero aderenti alla legge islamica. Le nuove norme per l’istituzione dei campi arrivano dopo che ong e media internazionali hanno denunciato la chiusura arbitraria nei campi di rieducazione di almeno un milione di persone, tutti appartenenti alla minoranza uighura, che parla una lingua affine al turco. L’Onu ha parlato dei campi come “no rights zone”, luoghi senza diritti. Secondo gruppi per i diritti umani, per esservi rinchiusi, basta pregare in pubblico o ricevere una telefonata da un parente all’estero. Da notare, infine, che i laogai furono aboliti dalla stessa corte costituzionale cinese nel 2013.