L’ultimo affronto a Desirée: usare CasaPound per coprire il degrado di Roma

C’è anche Matteo Salvini al Comitato provinciale ordine e sicurezza di Roma. Il ministro dell’Interno parteciperà dunque ai lavori insieme al prefetto di Roma Paola Basilone, al sindaco Virginia Raggi, ai vertici provinciali delle forze dell’ordine e, a sorpresa, il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Sul tavolo del comitato, secondo i pronostici delle cronache locali, ci dovrebbe essere anche la lista dei prossimi edifici che saranno sgomberati a Roma. A far balenare l’ipotesi è stato il caso, montato all’inverosimile, del mancato sopralluogo della Finanza nello stabile di via Napoleone III, occupato da CasaPound e alloggio per numerose famiglie italiane in emergenza abitativa. Ma con l’omicidio della 16enne Desirée Mariottini, che ha riacceso i riflettori sulle vere emergenze sicurezza della Capitale, apparirebbe quanto mai fuori dalla realtà porre la questione CasaPound in cima alla lista delle priorità.

E pure non è un’ipotesi del tutto campata per aria. Più della necessità di sicurezza, infatti, a Roma, sembra che possano le necessità politiche. C’è quella del sindaco Virginia Raggi, che ha taciuto su Desiree, ma è corsa a spammare sui social dichiarazioni di antifascismo con tanto di tag all’Anpi e meme «Da sempre contro l’occupazione illegale di CasaPound». Raggi si ritrova una ragazzina stuprata e uccisa da un branco nel più antifascista dei quartieri; ha i cittadini pronti ai forconi per il degrado dei loro quartieri – fra più tranquilli della Capitale, come la Balduina; e – ultimo, ma non per importanza – il 10 novembre potrebbe essere condannata per l’affaire Marra. Ora, se c’è una cosa che in questo Paese rappresenta da sempre l’ultima spiaggia dei politici con l’acqua alla gola, quella è la carta dell’antifascismo, una vera e propria “arma di distrazione di massa”.

Lo stesso Salvini, però, potrebbe non essere immune da ragioni di opportunità politica. Il ministro dell’Interno in queste ore è stato ripetutamente tirato per la giacchetta dalla sinistra sulla questione CasaPound. «Perché non dice niente?», è la sintesi degli attacchi arrivati da Pd e Leu, primi maestri della strategia della “distrazione” adottata anche da Raggi. La tesi è sempre la stessa: siccome in un’era politologica fa tra Lega e CasaPound ci sono stati dei contatti politici, il ministro sarebbe pronto a coprire ogni ipotetica malefatta del movimento. «Lo sapete vero che tutto questo teatro è per attaccare Salvini?», ha scritto il segretario di Cpi Simone Di Stefano su Twitter, definendo «patetici, alla frutta» i promotori di questa bizzarra teoria. Alla fine, però, Salvini qualcosa ha detto: «La violenza non è la soluzione a niente. Chi deve fare i controlli deve poterli fare tranquillamente, non possono esserci aree fuori dalla legalità in nessuna parte del Paese». Ma delle due l’una: o il ministro dell’Interno è stato male informato (e non ha letto con attenzione i giornali) o ha deciso di dare in pasto ai suoi oppositori le parole che volevano. Le cronache, infatti, hanno dato ampio risalto a un’ipotetica minaccia di un qualche dirigente di CasaPound alle Fiamme Gialle: «Se entrate sarà un bagno di sangue». Ma la stessa Corte dei Conti, che aveva disposto l’intervento della Finanza, ha smentito, spiegando che «non ci sono state minacce esplicite», semmai «un atteggiamento molto duro di chiusura». Il perché di questo atteggiamento, rimasto comunque nel confine del confronto civile, lo ha spiegato il presidente di Cpi, Gianluca Iannone. C’era la necessità, ha chiarito, di «garantire minime condizioni di dignità per i residenti, vista l’inopportuna presenza di una folla di telecamere». «Ci siamo limitati – ha proseguito Iannone – a chiedere che si rinviasse il controllo ad altra data».

Dunque, ricapitolando, sul tavolo del Comitato per l’ordine e la sicurezza da un lato c’è il caso abnorme di una ragazzina di 16 anni drogata, stuprata da un branco e uccisa in uno stabile occupato da extracomunitari, nel cuore di una zona franca resa invivibile da degrado e spaccio; e dall’altro c’è quello di una dozzina di famiglie italiane che abitano in uno stabile che – per quanto occupato e al netto dei ripetuti attacchi che subisce – conduce la vita di un tranquillo condominio di città. Basterebbe il buon senso per capire quale dei due casi dovrebbe essere in cima alle priorità di un comitato cittadino per l’ordine e la sicurezza. Ma questo è un Paese in cui, in nome dell’antifascismo e dei suoi “benefit”, può succedere di tutto. Anche ritenere che CasaPound sia un problema più grave del degrado che ha portato alla mostruosa violenza su Desiree.