Lodi, incredibile ma vero: le “leggi sull’apartheid” risalgono a Prodi e D’Alema

I riferimenti normativi sono tutti lì, nel provvedimento con cui il Comune di Lodi ha chiesto ai cittadini stranieri che vogliono accedere alla mensa con agevolazioni la documentazione sui redditi e le proprietà nei Paesi d’origine. Sono gli stessi ai quali si appella anche il Veneto per la concessione dei bonus libri. Ci sono le leggi regionali, che però rimandano a due leggi dello Stato: il Decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa”, con particolare riferimento all’articolo 3, e il Decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394 “Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, con particolare riferimento all’articolo 2.

Dunque, le “leggi dell’apartheid”, come sono state definite dal coro della sinistra, hanno una radice antica, assai precedente alla “ondata xenofoba” che avrebbe investito il Paese e le sue amministrazioni con l’affermazione leghista. Risalgono ai governi di Romano Prodi e Massimo D’Alema. Benché sorprendente alla luce della canea sollevata dagli eredi morali e politici del Professore e di D’Alema, il dato non è segreto: basta infatti risalire da decreto a decreto per scoprire che nel periodo in cui furono varate la norma quadro e la norma attuativa (quella che richiede le certificazioni dai Paesi di provenienza) erano in carica governi di centrosinistra. Di più, governi guidati da uomini simbolo della sinistra.

Andiamo per ordine, a ritroso. L’articolo 3 del Dpr 445 del 2000 recita ai commi 3 e 4: «3) Al di fuori dei casi previsti al comma 2, i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione autorizzati a soggiornare nel territorio dello Stato possono utilizzare le dichiarazioni sostitutive di cui agli articoli 46 e 47 nei casi in cui la produzione delle stesse avvenga in applicazione di convenzioni internazionali fra l’Italia ed il Paese di provenienza del dichiarante. 4) Al di fuori dei casi di cui ai commi 2 e 3 gli Stati, le qualità personali e i fatti, sono documentati mediante certificati o attestazioni rilasciati dalla competente autorità dello Stato estero, corredati di traduzione in lingua italiana autenticata dall’autorità consolare italiana che ne attesta la conformità all’originale, dopo aver ammonito l’interessato sulle conseguenze penali della produzione di atti o documenti non veritieri». Esattamente quello che chiedono l’amministrazione di Lodi e le altre finite sul patibolo.

A sua volta questo testo adotta le disposizioni di un testo precedente, il Dpr 394 del 1999, ovvero il «Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma dell’articolo 1, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286». E qui arriviamo al punto: il decreto legislativo del 1998 fu varato quando Prodi era al governo, il regolamento attuativo divenne legge nel pieno del governo D’Alema «sulla proposta – si legge chiaramente nel testo – del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto» con una lunga lista di altri ministri.