I tornelli sui bus? A Roma aiutano… i portoghesi. Il racconto di un viaggio

Ore 19, piazza San Silvestro, un giorno qualunque di una città non qualunque, Roma, capitale d’Italia. L’assalto alla diligenza inizia quando dalla curva che costeggia Palazzo Chigi s’avanza, barcollante, un attesissimo “85”, linea nevralgica del trasporto urbano targato Atac perché attraversa le linee principali dei flussi turistici “sciolti” o a gruppi ma non organizzati in torpedone. Li accoglie e li trasporta, dal centro, fino allo snodo di Termini, dove si parte, ci si interscambia, si cerca alloggi. Con questa massa spropositata di viaggiatori si mischiano, tutti i giorni, migliaia di pendolari che dagli uffici raggiungono la stazione principale della città per tornare a casa.

Sul tabellone dell’Atac che annuncia, in modo molto efficace, il progressivo arrivo delle varie linee, quella lucetta sull'”85″ conferma che è proprio lui, l’attesissimo. Parte il posizionamento degli aspiranti passeggeri, si sgomita come davanti a un buffet matrimoniale, molti hanno con sé zaini, valigie, borsoni, tutto ciò che su un bus può contribuire a restringere i confini del già angusto spazio fisico a disposizione.

Il bus si ferma, c’è scritto di salire avanti ma da quel varco la fila si fa subito apocalittica, l’ansia di perdere treni, concidenze, incontri o amori fugaci aumenta, non c’è altra scelta che salire dove c’è un po’ di spazio, e poi premere, spingere, infilarsi, da dietro, al centro, ovunque. In testa al bus si sta svolgendo l’esperimento, i tornelli anti-portoghesi provano a fare argine, si sale solo da lì, si dovrebbe obliterare sotto l’occhio vigile di un controllore e poi  scivolare all’interno, fino alla pancia del bus, fino alla sua coda. In teoria. Nella pratica accanto ai “paletti” c’è stagnazione, si perde tempo nella ricerca del biglietto, tanta gente resta ferma sulla piattaforma di testa, non avanza, non oblitera, il controllore non può farci nulla se non vigilare che dal senso giusto non si forzi i tornelli – ma basta la forza di un addominale flaccido di un 80enne per avere la meglio sui paletti gialli -per passare senza obliterare. Intanto chi è stato costretto, dalla mancanza di posti e di fluidità a salire al centro o da dietro, qualora volesse timbrare il biglietto sarebbe costretto a remare nella “corrente” contromano, come un salmone che risale un fiume, con il risultato che in tanti, per convenienza o per impossibilità, non timbrano il biglietto, restano dietro, s’imboscano, anche perché sanno che nessun controllore salirà su un bus dove già ce n’è uno al lavoro.

Il “carro” di varia umanità, diviso in due tronconi, i forzati del biglietto avanti e i portoghesi per caso o per necessità nel corpo flaccido e magmatico, arriva nel caos a Termini. Si scende, come slavine umane, da qualsiasi foro a disposizione. “Come va l’esperimento?”, chiedo al controllore dell’Atac. “Eh, insomma, ma tra poco proviamo con i bigliettai a bordo, eh…”. Come Aldo Fabrizi? “Esatto, ahahaha”. Si ride, ma è un riso amaro.