“I film che mossero il mondo”: presentato il saggio di Del Ninno

La presentazione dell’ultimo saggio di Giuseppe Del Ninno Piombo, sogni e celluloide – Gli anni Settanta, Ottanta e Novanta al cinema (Oaks editrice, 2018) è diventata una interessante occasione di parlare di cinema, di cultura, di costume. L’evento si è svolto alla libreria Eli in viale Somalia a Roma, accogliente e stimolante luogo di incontro tra libri vecchi e nuovi nel quartiere Trieste, che organizza spesso serate di questo tipo. Guidato da Valerio Caprara, critico cinematografico del Mattino e docente di cinema all’Orientale di Napoli, da Giampiero Mughini, giornalista, scrittore, opinionista, da Gabriele Marcello, insegnante alla Roma Academy Film, oltre che naturalmente dallo stesso autore Giuseppe Del Ninno, il pubblico ha potuto compiere un viaggio quasi iniziatico tra i sogni e i film di quel trentennio 1970-2000 che ha segnato la vita di tutti noi. Questo saggio di Del Ninno conclude una sua ideale trilogia di riflessioni sul cinema, iniziata con l’ormai cult Ecce Alien del 1982 e proseguita con A schermo spento del 2006 e conclusa oggi con questo Piombo, sogni e celluloide, nel quale l’autore trae un bilancio e una summa, a bocce ferme, per così dire, di tutto quello che è accaduto in quel trentennio cruciale, iniziato nel 1968 e forse non ancora concluso. Cinema e letteratura, dice Del Ninno, marciano parallelamente e ci raccontano come cambia la società e come cambiamo noi, e come ci approcciamo noi alla realtà, mediata e trasfigurata da queste forme di espressione umana. Un film – osserva sempre acutamente Mughini – non è mai veramente un film, ma è il modo in cui ognuno di noi si avvicina a quel film, se ne appropria, lo mette in relazione a se stesso, a renderlo reale e fruibile. Cinema e letteratura ci accompagnano e ci raccontano questo viaggio che chiamano vita, fatto di esperienze, delusioni, poche gioie, entusiasmi e bandiere. Cinema insomma come impegno sociale e politico, e quasi esistenziale, e non semplicemente evasione o svago, come la maggioranza delle persone tende oggi a considerarlo. Politico, dice Valerio Caprara, che non nega che l’intelligentsia che domina da decenni la cultura è sempre la stessa:”Come mai – si è chiesto retoricamente – contro i nazisti tedeschi (che non si possono più difendere, ndr) sono stati prodotti e si continuano a produrre migliaia di film, e ad esempio sui Gulag neanche uno?”. La domanda è di quelle capitali, che fanno riflettere e capire che le cose stanno proprio come dice Giampiero Mughini, quando si scalda ricordando il film Buongiorno notte di Marco Bellocchio, autore certamente di sinistra, sul sequestro Moro, nel cui finale il regista immagina una fine diversa da quello che fu. Moro esce e se ne va per la città, mentre in realtà fu brutalmente assassinato a freddo dai comunisti delle Brigate Rosse, figli e fratelli di una pseudo cultura della violenza e della morte che purtroppo ha sempre egemonizzato – e ancora lo fa – le élite culturali e socialpolitiche di questo nostro Paese, una upperclass dell’intolleranza e del doppiopesismo che tanti danni continuano a causare. E’ vero, se si esclude Katyn, del regista polacco Andrzej Wajda – che ebbe il padre assassinato dai sovietici in quella foresta, film peraltro prontamente tolto dalla circolazione anche dall’Italia dalla nomenklatura democratica – che non si rammentano memorabili opere dedicate ai crimini dei comunisti. Cinema specchio della società nel bene e nel male, questo è quanto emerso dal fecondo dibattito di ieri sera a Roma. In meno di trenta film memorabili, questi sì, Del Ninno viaggia attraverso questo trentennio, formidabile e terribile, che ha forgiato e raccontato la storia, analizando ognuna di queste pellicole e facendo le sue considerazioni. Certo, è stato fatto notare che mancano alcune pietre miliari del cinema nell’elenco stilato da Del Ninno, ma come lui stesso ha rilevato giustamente, sarebbe stato impossibile introitare nel libro tutti i film prodotti in quel periodo: Del Ninno ne ha scelti solo alcuni, simbolici, paradigmatici, e anche considerando i suoi gusti personali, per rappresentare tutta un’epoca, e aiutarci a comprenderla e poi eventualmente a raccontarla ai nostri figli. Ma, anche in questo caso, quello che conta, più che i nostri gusti, sarà la nostra sensibilità.