È sempre la stessa storia: se lo dice Renzi va bene. Se lo dice Salvini, no.

È sempre la stessa storia. Quella dei due pesi e delle due misure. Certo, oggettivamente, quando per qualche decimale di punto in più (4 decimali!) ci si ritrova a conforontarsi con l’altolà di Unione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, Banca d’Italia, Corte dei Conti e pure dell’Ufficio parlamentare per il bilancio un dubbio complottistico, pur piccolo, nella testa di Salvini e Di Maio può insorgere. È comprensibile. Ma non è così. Non c’è nulla di nuovo, purtroppo. La questione è sempre la solita e si ripete sempre allo stesso modo. È la storia della tradizionale doppiezza, dei due pesi e delle due misure, sino ad ieri patrimonio esclusivo della sinistra e oggi appannaggio anche di quell’establishment continentale, guidato dagli Junker e dai Moscovici, dalle Merkel e dai Macron, che annaspa e che rischia di affogare nella sua supponenza. Un assunto semplice, per cui se una cosa la dicono o la fanno loro, i saputi sempre al comando, va bene; se la dicono o la fanno gli altri, i neofiti appena arrivati, è sbagliata. Ecco spiegato l’assalto alla manovra del governo e il fuoco alle polveri di spread, agenzie di rating, mercati. Spargere terrore e dubbi a più mani è l’imperativo. Perchè tutto è lecito e tutto è giusto se serve a stoppare e far cadere questi giovanotti che sono arrivati al potere e che, per di più, rischiano di restarci a lungo. Non solo sbagliano qualunque cosa facciano. Ma anche tutto quel che era possibile, ipotizzabile e giustificabile sino ad ieri, adesso diventa perverso e dannoso. Persino ove le soluzioni fossero analoghe e le valutazioni simili. Carta canta, non si scappa. E perciò scopriamo, ad esempio, che l’Ufficio parlamentare per il bilancio, cui tutte le Cassandre adesso s’attaccano,  bocciò a suo tempo anche il Def 2016 della coppia Renzi-Padoan che tuttavia se ne infischiarono bellamente, nel silenzio complice interno ed internazionale. Ed emerge anche che Matteo Renzi non più presidente del Consiglio, ma segretario del Pd, nel 2017 propose – dalle pagine del Sole 24ore che pubblichiamo-  di portare il deficit al 2,9 per cento per cinque anni al fine di favorire un drastico taglio delle tasse. Allora si, oggi no. Renzi si, Salvini e Di Maio no. Due pesi e due misure: è sempre la stessa storia.