Dopo i flop in Puglia Di Maio s’aggrappa ai No-Tav per non cadere

Dopo la capitolazione su Ilva e Tap, l’ostinazione anti-Tav del M5S era da mettere in conto. Ancora un cedimento e Di Maio e compagnia sarebbero stati inseguiti da moltitudini armate di forconi. E non è escluso che accada davvero ove mai le promesse elettorali dovessero ancora accartocciarsi come pupazzi di cartapesta. Al momento, però, la protesta è circoscritta alla sola Puglia con  roghi di bandiere, deputati bruciati in effigie e invocazioni di dimissioni degli eletti grillini. Il minimo per chi ha promesso mari e monti e pretende poi di rifilarti un’ultima spiaggia. Ma tant’è: l’ostilità alle grandi opere non è articolo per chi governa. È roba per Cobas, collettivi, coordinamenti territoriali. Chi governa, decide. Chi ha paura di scegliere, spaccia la procedura per politica e si rintana in analisi costi-benefici e campagne d’ascolto. Ma l’ora-x non si può rinviare in eterno. Varrà anche per la Tav e per tutte le infrastrutture giudicate inutili, costose e criminogene. E fosse solo questo. Il guaio è di Di Maio è che lui e  Salvini hanno in comune solo i nemici e non anche gli amici. Ma, tra questi, solo quelli del leghista servono al governo. Infatti, Di Maio ha attaccato Draghi mentre Salvini ha incerottato le banche dicendosi pronto a salvarle anche con soldi pubblici. Una bestemmia per il capo pentastellato, ma – a quel punto – o beve o affoga. Insomma, dell’intero sciocchezzaio grillino solo il reddito di cittadinanza, la madre di tutte le illusioni elettorali, appare destinato a resistere. Ma non a lungo. La leadership di Di Maio è più traballante di quanto si pensi: il dissenso interno, da sussurrato e strisciante, si è fatto pubblico e sfrontato, Fico fa l’anti-Salvini e presto tornerà Di Battista. In più, Di Maio è prigioniero del divieto di ricandidatura. E questo ha mutilato sin dall’inizio la sua strategia dell’unica arma realmente decisiva per un leader democratico: le elezioni anticipate. Gli resta, è vero, ancora il rapporto con Salvini. Ma agli occhi dei grillini ortodossi il soccorso del leader della Lega ha l’effetto del drappo rosso agitato davanti al toro. Forse ci sbagliamo, ma l’impressione è che Di Maio si stia cacciando in un vicolo cieco. Il posto peggiore per sfuggire agli inseguitori.