Consip: l’ex-ministro Lotti rischia processo, «inattendibile» Tiziano Renzi

Ci sono volute due anni di indagini ma ora che la Procura di Roma ha chiuso l’inchiesta sul caso Consip, rischiano il processo in sei e, fra loro, c’è l’ex-fedelissimo renziano Luca Lotti, paracadutato da Renzi sulla poltrona di ministro dello Sport, accusato di favoreggiamento insieme con il generale dell’Arma Emanuele Saltalamacchia, l’ex-comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette, accusato di rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento mentre per l’ex-maggiore del Noe, Gian Paolo Scafarto le accuse sono rivelazione del segreto e falso. Scafarto è accusato di depistaggio insieme con l’ex-colonnello dell’Arma, Alessandro Sessa.
A rischiare il processo anche l’imprenditore Carlo Russo per millantato credito mentre i pm romani titolari delle indagini hanno chiesto l’archiviazione per Tiziano Renzi, padre dell’ex-premier, nell’ambito di uno dei filoni dell’inchiesta Consip, in cui era accusato di traffico di influenze illecite.
Reagisce così, dai suoi profili Social, alla richiesta dell’archiviazione del padre Tiziano, Matteo Renzi: «sono mesi che ripeto il tempo è galantuomo. Sui finti scandali, sulle vere diffamazioni, sui numeri dell’economia. Oggi lo ribadisco con ancora più forza: nessun risarcimento potrà compensare quanto persone innocenti hanno dovuto subire. Ma il tempo è galantuomo, oggi più che mai».
Ma le ricostruzioni di Tiziano Renzi rese in Procura a Roma quando venne interrogato nell’ambito dell’inchiesta Consip sono ritenute «largamente inattendibili» dagli inquirenti di piazzale Clodio, anche perché fornite nella veste di indagato,  quindi con la facoltà di non dire la verità.
Nella richiesta di archiviazione, i pm romani hanno modificato l’ipotesi di accusa, passata dal traffico di influenze a quella di millantato credito in concorso con l’imprenditore Carlo Russo, il quale invece rischia di andare a processo.
Secondo quanto ricostruito dalle indagini, Tiziano Renzi non è un soggetto attivo nelle intercettazioni telefoniche e ambientali: il padre dell’ex-presidente del Consiglio, sostengono i pm, avrebbe messo in contatto Russo con l’allora ad di Consip Luigi Marroni. Risulta anche l’incontro fra Tiziano Renzi che sarebbe avvenuto però nel 2015 a Firenze, in un periodo antecedente alla vicenda.
In sostanza per i pm, non ci sono elementi concreti che possano provare una sua partecipazione a fatti illeciti.

Ad accusare l’ex-ministro Luca Lotti, braccio destro di Renzi, e Saltalamacchia era stato proprio l’allora ad di Consip, Luigi Marroni, che, nel dicembre del 2016, rivelò ai magistrati che erano stati proprio loro a confidargli dell’indagine sulla società: subito dopo, in seguito a quelle confidenze, Marroni fece bonificare il suo ufficio dalle microspie messe dai carabinieri del Noe.

In  particolare, in base a quanto si legge nel provvedimento di conclusione delle indagini preliminari, il 3 agosto del 2016 «Lotti avrebbe rivelato all’ad dell’epoca di Consip, Marroni, l’esistenza di una indagine penale che riguardava organi apicali passati e presenti di quella società e in particolare una attività di intercettazione telefonica su una utenza in suo uso».

Anche il generale Saltalamacchia, secondo i pm, avrebbe invitato Marroni alla «cautela nelle comunicazioni a mezzo telefono».
Quanto a Del Sette, avrebbe rivelato all’allora presidente Consip, Luigi Ferrara, che c’era una indagine in corso sull’imprenditore Alfredo Romeo con l’invito ad essere cauto nelle comunicazioni.
Secondo l’accusa, Filippo Vannoni, avrebbe rivelato in più occasioni a Marroni che c’era una indagine della magistratura.
Per quanto riguarda Carlo Russo, l’imprenditore amico di Tiziano Renzi, millantando il credito presso l’allora Direttore generale del patrimonio Inps, Daniela Becchini, l’allora ad di Grandi Stazioni, Silvio Gizzi, l’ex-sindaco di Sesto San Giovanni, l’esponente Pd, Monica Chittò e dello stesso ex-ad di Consip Luigi Marroni, «si faceva promettere da Alfredo Romeo 100 mila euro come prezzo della propria mediazione».
Inoltre Russo, secondo l’accusa avrebbe garantito a Romeo di poter arrivare all’ex-ad di Consip «anche per il tramite di Tiziano Renzi» si legge, con l’obiettivo di «ottenere stabili vantaggi nell’aggiudicazione a favore della Romeo Gestioni spa delle procedure di evidenza pubblica indetta dalla Consip. A a tal fine Romeo «prometteva ulteriori utilità nella misura di 5mila euro ogni due mesi per lo stesso Russo e 30mila euro al mese asseritamente destinati a Renzi».

L’ex-capitano del Noe, Gian Paolo Scafarto, attualmente maggiore dei carabinieri e assessore alla Sicurezza e allalegalità del Comune di Castellammare di Stabia, è accusato di tre episodi di falso, due di rivelazione di segreto d’ufficio e uno di depistaggio, in concorso con l’ex-colonnello Alessandro Sessa.
In particolare, secondo i pm, avrebbe rivelato al Fatto Quotidiano «il contenuto delle dichiarazioni rese, quali persone informate dei fatti, da Luigi Marroni e Luigi Ferrara» nell’ambito dell’inchiesta che, all’epoca, veniva condotta dai magistrati napoletani e l’iscrizione nel registro degli indagati del generale Del Sette, «notizia poi pubblicata il 22 dicembre del 2016».

L’ufficiale dell’Arma, almeno fino al marzo dell’anno scorso, avrebbe passato a militare transitati dal Noe all’Aise «atti coperti del segreto investigativo tra cui intercettazioni, pedinamenti e l’informativa del febbraio del 2017».
Tra gli episodi di falso contestati, c’è anche quello in merito all’informativa, poi consegnata ai pm di Roma, del 9 gennaio del 2017, in cui attribuisce ad Alfredo Romeo e non a Italo Bocchino, che effettivamente la pronunciò, la frase «…Renzi, l’ultima vota che l’ho incontrato».
Per quanto riguarda l’accusa di depistaggio, Scafarto, che il 10 maggio 2017 aveva subito il sequestro del proprio cellulare da parte dei pm, «su richiesta e istigazione di Sessa e al fine di non rendere possibile ricostruire le chat whatsapp, provvedeva a disinstallare sul cellulare di Sessa l’applicazione».