Caso Orlandi, le ossa trovate alla nunziatura sono di due persone

Sono le ossa di due persone, una quasi sicuramente una donna, quelle ritrovate lunedì 29 ottobre sotto il pavimento di un edificio nei pressi della nunziatura apostolica di Roma, Villa Giorgina, nel quartiere Pinciano, la sede diplomatica del Vaticano presso lo Stato italiano, dunque in un’area extraterritoriale, durante una ristrutturazione e che si sospetta possano essere riconducibili a Emanuela Orlandi, la ragazzina quindicenne scomparsa il 22 giugno 1983 o a Mirella Gregori, la sedicenne scomparsa quaranta giorni prima, il 7 maggio 1983, in via Nomentana.

Nel corso di lavori di ristrutturazione di una stanza seminterrata di uno degli edifici che si trova, assieme al grande edificio principale, all’interno del perimetro della Nunziatura, un parco alberato di 2 ettari, il cui ingresso, sorvegliato dai militari italiani, è in via Po 27, gli operai dell’azienda che si stava occupando del restauro hanno scoperto uno scheletro quasi intero e, in un punto diverso, altri frammenti di ossa ma, al momento, non è stata ancora datata l’epoca dei resti.

I lavori di ristrutturazione sono stati subito fermati e il Vaticano, per il tramite dell’attuale Nunzio, Emil Paul Tscherrig, ha avvertito la Procura di Roma che ha incaricato la squadra Mobile di Roma di indagare per omicidio. Le ossa saranno prelevate e consegnate agli specialisti incaricati dalla Procura che procederanno con le comparazioni del Dna.

«Se si riuscirà ad estrarre il Dna dai resti basteranno 7-10 giorni per capire se sono effettivamente quelli di Emanuela Orlandi – dice all’Ansa Giovanni Arcudi, direttore della Medicina Legale dell’università Tor Vergata di Roma – L’estrazione del Dna e le analisi conseguenti, come il confronto con quello della persona a cui si sospetta appartengano i resti o i familiari, non richiedono molto tempo, si possono fare in 7-10 giorni. Non sempre però – avverte Arcudi – si riesce a ricavare del materiale genetico utilizzabile, dipende sempre da come sono conservati i resti, e anche da che tipo di ossa abbiamo. Dai denti ad esempio si ricava bene, e anche dalle vertebre, ma ad esempio la conservazione in luogo asciutto o umido ha una grande influenza sulla possibilità di estrarre un Dna «pulito”».

Nel caso in cui non si riesca ad estrarre il Dna, spiega Arcudi, si ricorre agli esami sulle ossa e «questi richiedono più tempo. Ogni singolo frammento viene valutato e misurato. Potenzialmente anche da questi esami si può sapere molto, dall’età alla statura al sesso, oltre alla presenza di lesioni ossee che possono essere confrontate con quelle della persona sospettata. Dalla degradazione dell’osso si può anche stimare da quanto tempo i resti si trovavano nel luogo del ritrovamento, con una approssimazione di almeno 10-20 anni».

Proprio qualche mese fa i legali del fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, avevano presentato l’ennesima istanza allegando l’ultima segnalazione anonima arrivata alla famiglia che parlava di una sepoltura di «Emanuela all’interno delle Mura».
Ora la scoperta delle ossa all’interno di un’area extraterritoriale del Vaticano che ha visto avvicendarsi numerosi Nunzi vaticani.
All’epoca della scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori  il Nunzio era l’arcivescovo marchigiano Romolo Carboni, una figura chiave della Chiesa: fu a lui, uomo dell’Opus Dei, che Papa Giovanni Paolo II affidò l‘inaugurazione della Prelatura personale della Santa Croce e dell’Opus Dei, l’unica esistente attualmente nell’ordinamento canonico, mentre infuriava lo scandalo Ambrosiano-Ior e gli scontri all’interno del Vaticano fra diverse fazioni sul ruolo controverso di Paul Marcinkus.

Stamattina Pietro Orlandi è tornato in Procura e ha presentato ai magistrati romani, attraverso i suoi avvocati, un’altra istanza in cui chiede di sapere cosa avrebbe convinto il Vaticano che vi sia una connessione fra il ritrovamento delle ossa all’interno della Nunziatura e la scomparsa della sorella. Anche perché da parte della Procura c’è molta cautela ad associare le due vicende.