Altro che “manina”, sul condono è rissa nel governo. Salvini: «Votato in Cdm»

«Nessun trucco. Legge di bilancio e decreto fiscale sono passati in Consiglio dei ministri all’unanimità. Nessuno ha votato contro. Anche perché quello che chiamate condono, un condono non è». Matteo Salvini respinge così le ipotesi di complotto sul decreto fiscale e l’idea di quella «manina» di cui ha parlato Luigi Di Maio iera sera a Porta a Porta, scatenando un putiferio come pochi se ne erano visti prima. Una replica secca, breve, che Salvini ha affidato a un’intervista a Repubblica, ma che non sembra voler chiudere il caso. Il leader del Carroccio, anzi, ha rilanciato con una frecciata e un’accusa rivolta nel campo degli alleati-avversari di governo: «Piuttosto, a me non piace questa storia della sanatoria edilizia a Ischia», ha detto il ministro dell’Interno, facendo riferimento a un emendamento del M5S, inserito nel decreto su Genova, che sana gli abusi edilizi a Ischia a seguito del terremoto del 2017. Di fatto, un condono. «Ho dato disposizione ai miei di opporsi a quella roba lì», ha spiegato il leader leghista.

L’incidente del decreto fiscale fa emergere tutta la tensione all’interno del governo, che si consuma tra le parole plateali, talvolta imprudenti dei pentastellati e le poche, benché velenose, battute leghiste. «Quando hanno visto che il loro elettorato non prendeva bene la norma, hanno pensato di fare un po’ di casino», è stato il commento del sottosegretario leghista all’Economia Massimo Bitonci, riportato ancora da Repubblica. In mattinata, poi, l’altro sottosegretario leghista all’Economia, Massimo Garavaglia, sospettato numero 1 del M5s come “manina”, ha prima detto che «i testi in genere li commento quando escono in Gazzetta Ufficiale… Non mi sono fatto alcuna idea» e poi ha rincarato. «È evidente, ma tutti lo sapevano», ha risposto a chi gli chiedeva se fosse a conoscenza dei provvedimenti sulla pace fiscale contestati da Di Maio. E il vicepremier pentastellato li conosceva? «Non lo so, chiedete a lui…», ha tagliato corto l’esponente leghista.

A placare le tensioni non sono bastati dunque i buoni uffici del premier Giuseppe Conte, che si è fatto carico sia di risolvere il “giallo” sul testo mai inviato al Quirinale sia della sua revisione «articolo per articolo». «Tra i due partiti c’è un clima di grande sospetto e sfiducia assoluta, Conte dovrà metterci una pezza anche stavolta», avrebbe detto nella serata di ieri un collaboratore del premier, secondo un retroscena del Corriere della Sera. Una fotografia che trova riscontro anche nelle ultime dichiarazioni del M5s, che archiviano le rassicurazioni di Di Maio sul fatto che si fida degli alleati. «L’accordo politico raggiunto martedì a Palazzo Chigi era un altro: nessuno scudo fiscale o non punibilità per gli evasori. Noi non aiutiamo i capitali mafiosi», hanno fatto trapelare fonti qualificate del M5S in un colloquio con l’agenzia di stampa Adnkronos. Il problema, dunque, «diventa politico, non è più questione di “manina” dei tecnici. Per noi – hanno avvertito le fonti M5S – un testo così finisce dritto nella pattumiera». E c’è chi scommette sul fatto che l’episodio sia parte di una più ampia strategia leghista per far cadere il governo dopo le europee e capitalizzare a proprio vantaggio, in successive elezioni politiche, un risultato che attualmente i sondaggi pronosticano oltre il 30%.