2 Agosto, le parti civili cercano l’attenzione di Mattarella sul processo

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

L’esame testimoniale di Giovanna “Jeanne” Cogolli, stamane al processo a carico di Gilberto Cavallini per la strage del 2 agosto, ha tradito – se così si può dire – uno degli intenti principali della “parte civile” e, cioè, quella di trasformare il processo per la bomba alla stazione in una riedizione del processo per l’assassinio di Pier Santi Mattarella. Cosa c’entri Cavallini col defunto presidente della Regione Sicilia è presto detto: nulla! Già processato assieme a Valerio Fioravanti per quel delitto eccellente di mafia – per compiere il quale, secondo alcuni “pentiti”, sarebbero stati assoldati dai boss di Palermo che, chissà mai per quale ragione, avrebbero ritenuto inopportuno far uccidere il Mattarella da uno dei loro killer -, fu assolto come da richiesta conforme del pubblico ministero.

Per altro, fu proprio il più noto e credibili dei pentiti di Mafia, Tommaso Buscetta, a irridere l’ipotesi che una tale azione criminale potesse essere appaltata dalla “cupola” a un ragazzino di fatto sconosciuto ed estraneo a “Cosa nostra”. La Cogolli, la quale all’epoca dei fatti era la compagna e poi la moglie di Fabrizio Zani, condividendone anche le scelte eversive, è stata sollecitata a ricordare la natura dell’abitazione di via Monte Asolone di Torino, dove furono trovate armi, targhe e documenti falsi, ma ha chiarito alla Corte come, nel tempo in cui quel luogo fu abitato da lei e dallo stesso Zani, fosse semplicemente la loro casa, in cui evitavano accuratamente di frequentare altri latitanti. Insomma, è emerso ben poco di utile, se non appunto il fatto di insistere su questa ipotesi – che la destra eversiva abbia partecipato attivamente all’assassinio di Mattarella – il cui fine non può che essere uno. Quale? Ovviamente quello di attirare sul processo bolognese l’attenzione dell’attuale Capo dello Stato – il quale è pur sempre il fratello della vittima -, esercitando eventualmente in questo modo una pressione, favorendo una suggestione che potrebbe condizionare l’opinione dei giudici e in particolare di quelli “popolari”. Pur mancando a tutt’oggi elementi di novità circa una diversa natura del ruolo di Cavallini nella vicenda dell’attentato alla stazione – va ricordato che l’imputato è stato condannato per “banda armata” anche in relazione alla strage e che l’attuale procedimento mira a dimostrare, invece, una sua partecipazione attiva all’atto criminale già più volte esclusa da altri magistrati in svariati processi -, far intendere che sia stato il complice diretto nell’assassinio di Mattarella potrebbe indurre chi è chiamato ora a giudicarlo a ritenerlo comunque colpevole. Per altro, in un quadro – quello dei presunti, ma tutt’ora fantomatici legami tra Nar, Mafia e servizi segreti – che avvalorerebbe il più ardito nonché fantasioso tra i teoremi mai ascoltati sulla strage di Bologna. Un tentativo, quello in atto di cui si sta dando qui conto, che sottrae all’intero processo quella residuale credibilità che potrebbe vantare, cercando d’incollare a Cavallini una responsabilità già respinta dalla Giustizia sulla base di illazioni e calunnie su altre vicende e che già si sono rivelate appunto per quello che miseramente erano: illazioni e calunnie.