Strage di Bologna, i pm svizzeri non credono alle suggestioni dei colleghi italiani

Caro direttore,

la Procura generale felsinea che indaga sulla strage di Bologna insiste, in quella che appare un’improbabile caccia al “tesoro di Licio Gelli” e agli elementi che, secondo l’ipotesi accusatoria, collegherebbero quei soldi a Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini. Ieri, nel capoluogo emiliano, c’è stato un vertice di oltre tre ore, a cui hanno partecipato l’intero staff della Procura generale, il procuratore generale antimafia, Federico Cafiero de Raho, e i magistrati svizzeri che dovrebbero agevolare le necessarie rogatorie, ma che, da voci di corridoio che sono state ampiamente riportate da vari organi di stampa, sembrano ben poco convinti della necessità di sviluppare queste indagini.

D’altro canto, l’ipotesi appare fragile: che Gelli avesse conti in Svizzera, infatti, “dir non è mestieri”, essendo che nella Confederazione elvetica il “venerabile” trovava spesso rifugio; che anche solo parte di quello che oggi viene definito un “fiume di denaro” sia finito nella mani dei Nar cozza fragorosamente con la realtà che vide gli appartenenti al gruppo che avrebbe compiuto la strage cadere sistematicamente nelle mani della Polizia nel giro di quattro anni – Luigi Ciavardini nel 1980, Fioravanti nell’81, Francesca Mambro l’anno successivo e Cavallini nel 1983 – senza che essi fossero trovati in possesso di somme di denaro di una qualche importanza..

Per quasi trent’anni la vita dei quattro è stata rivoltata come un guanto, senza trovare tracce significative di “soldi sporchi”. Non solo: da quando tutti quanti hanno pagato sostanzialmente il loro conto con la giustizia, essendo comunque “attenzionati” costantemente dagli inquirenti, nessuno di loro è stato notato condurre chissà quale vita agiata e, tanto meno, nessuno di loro è fuggito o ha tentato l’espatrio – che sarebbe stato facile, se veramente avessero avuto un tesoro nascosto – per godersi i molto presunti frutti perversi della collaborazione con la P2.

Il rischio, insomma, nel percorrere questa ennesima suggestione investigativa sulla strage di Bologna, è che si prendano ancora “lucciole per lanterne”, contrabbandando per “collegamenti” elementi che, in verità, non nulla significano.
D’altronde, il processo per la strage di Bologna, che dovrebbe ricominciare mercoledì, rischia di slittare per l’annunciata assenza di tutti e tre i testimoni convocati dall’accusa.
Tra questi, si sarebbe dovuto ascoltare anche Alberto Volo, un sedicente pentito siciliano che entrò nell’inchiesta addirittura per essersi auto-accusato della strage di Bologna e che, in realtà, si rivelò solo un curioso falsario, capace giusto di anticipare nella realtà una fantasia del regista Paolo Genovese.
Infatti, qualche anno or sono, fu condannato a 10 anni di carcere per aver orchestrato una truffa finalizzata alla confezione di falsi “diplomi di maturità”, scoperta la quale non pochi studenti di un tempo potrebbero essere costretti, pur di mantenere le posizioni professionali raggiunte successivamente, a rifare l’esame, come nel film interpretato da Ambra Angiolini, Ricky Memphis e altri noti comici italiani.
E se la solidità di un impianto accusatorio come quello sulla strage di Bologna si fonda anche sulla credibilità dei testimoni di cui si avvale, Alberto Volo rappresenta esattamente la dimensione grottesca di buona parte dei dibattimenti degli innumerevoli processi sul 2 agosto.

Alberto Volo fu anche ascoltato da Giovanni Falcone e oggi si favoleggia alquanto sui nastri registrati di questi colloqui con l’eroe di Capaci che sono stati ritrovati, senza mai ricordare, però, come il giudice assassinato dalla mafia, da quelle conversazioni, non ritenne mai di doversi avvalere nelle sue indagini, data la personalità a dir poco controversa e scarsamente affidabile del soggetto che gli aveva fatto quelle confessioni.

Massimiliano Mazzanti