Manovra, sempre più duro il braccio di ferro sul deficit. Ma Tria comincia a cedere

A poco meno di quarantott’ore dalla riunione del Consiglio dei ministri che dovrà approvare la Nota di aggiornamento al Def, il documento economico-finanziario su cui poggerà la prossima legge di Stabilità, la maggioranza giallo-verde è ancora alla ricerca di un punto di compromesso tra i vincoli Ue e le misure contenute nel contratto di governo. La trattativa è tutta sul deficit e vede da una parte il ministro Tria e dall’altra il M5S di Luigi Di Maio, sostenuto a intermittenza da Matteo Salvini.

Non si esclude il deficit al 2 per cento

Il responsabile dell’Economia è attestato su quota 1,6 per cento (rapporto deficit-Pil per il 2019) mentre il capo politico dei Cinquestelle vorrebbe portarsi appena sotto il 3 per cento, galvanizzato dalla decisione di Macron di aumentare il deficit francese al 2,8. Il problema, però, è nelle differenti proporzioni dei rispettivi debiti pubblici – 130 per cento quello italiano, 97 per cento quello francese – e nello spread dei rispettivi titoli pubblici decennali in confronto a quelli tedeschi: 20 punti la Francia, 250 l’Italia. A questo punto, è ipotizzabile un incontro su quota 2 anche se i beni informati sostengono che Bruxelles non sia disponibile ad andare oltre l’1,8, cioè due decimali in più rispetto alla soglia fissata da Tria. Tuttavia, il vero altolà al governo Conte-Salvini-Di Maio, più che dalla Commissione Ue potrebbe essere intimato dalla reazione dei mercati.

Ma il vero ostacolo è la reazione dei mercati

Una soglia di deficit ritenuta troppo alta potrebbe scoraggiare gli investitori e costringere a vendere i possessori dei titoli del nostro debito pubblico. Ecco perché la strada di un extra-deficit troppo spinto non appare praticabile. Per scongiurarla, Bruxelles non esiterebbe ad avviare la procedura per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. Il nodo sarà sciolto solo giovedì quando la Nota di aggiornamento al Def renderà note le nuove stime su crescita e conti pubblici. Solo allora, infatti, sarà possibile capire il margine di flessibilità che il governo intende chiedere a Bruxelles e le risorse eventualmente liberate.