Londra fuori, Turchia e Macedonia dentro. Europa, fatti una domanda…

Il referendum in corso in Macedonia sull’ingresso del Paese balcanico nell’Unione europea e sul cambio del nome per contrasti con la Grecia, riporta all’attenzione dell’Europa lo stato disastroso della Ue. Il Paese poverissimo nato dalla frantumazione della Jugoslavia vorrebbe entrare nella ricca Ue (ha presentato domanda di adesione nel 2004), allo scopo di ricevere sostanziosi finanziamenti per “progetti” di sviluppo, mentre. ad esempio, la Serbia, molto più ricca ed evoluta della Macedonia, è ostacolata con ringhioso sospetto dagli eurocrati di Bruxelles. E questo a causa della guerra di Bosnia, nel corso della quale Onu, Ue e Usa hanno preso smaccatamente parte contro Belgrado e a favore dei musulmani. Il risultato finale della guerra di Bosnia è stato che ora abbiamo due Stati musulmani piantati nel cuore dell’Europa. Dei sei Stati in cui si è polverizzata la Jugoslavia solo due, Croazia e Slovenia, sono stati accolti. Diverso il discorso della Turchia, che geograficamente neanche fa parte dell’Europa, che ha presentato domanda nel lontanissimo 1987, e la cui candidatura è stata sostenuta per anni dalla sinistra europea, Italia compresa. Sembrava cosa fatta, se non che la Turchia, membro della Nato, ha iniziato una deriva fondamentalista che ha raffreddato gli animi e aperto gli occhi ai popoli europei sulla presidenza Erdogan. Senza contare le proteste sanguinose, i disordini, la repressione, ricordiamo che le truppe di Ankara hanno invaso militarmente uno Stato sovrano, la Siria, senza che le sedicenti organizzazioni internazionali, Onu, Ue, Nato, dicessero nulla, mentre quando la Serbia fece esattamente lo stesso per proteggere l’unità del Paese, fu addirittura bombardata dagli Stati “democratici”. La Turchia inoltre continua a perseguitare i curdi, forte minoranza etnica nel Paese (si stima intorno a 20 milioni la popolazione curda in Turchia) e a effettuare arresti politici indiscriminati. Su Ankara inoltre pesa il genocidio degli Armeni del 1915 che si rifiuta di ammettere nonostante la mole di prove. Candidate all’ingresso nella Ue anche Albania e Montenegro, mentre Romania e Bulgaria già sono dentro. Se si considera che il Regno Unito, uno dei Paesi più ricchi e civili del mondo, è liberamente uscito con il referendum della Brexit e se si considera che la Norvegia, altro Paese estremamente civile ed evoluto, non è mai neanche voluta entrare, e se si considera infine che la civilissima Islanda ha addirittura ruitirato la propria candidatura nel 2015, non ci si può sottrarre dal porci qualche domanda su questa Unione europea. Come mai gli Stati più ricchi, evoluti e a più antica tradizione di libertà fuggono e quelli più poveri – meglio se musulmani – premono per entrare? E’ evidente che la logica suicida di Bruxelles è una logica pauperista tesa a portare al ribasso gli standard di vita degli europei, non adeguandoli a quelli inglesi ma abbassandoli a quelli macedoni, in un’ottica di livellamento quasi sovietico e cinese della popolazione. I governi sedicenti liberali e di sinistra che negli ultimi anni hanno governato la Ue hanno scelto la strada suicida della povertà e della antidemocrazia, per rendere gli europei schiavi ai diktat di Bruxelles, forzando questa strategia con l’ingresso indiscriminato nel continente di milioni di africani e asiatici di religioni diverse da quella europea, allo scopo di annichilire il vecchio continente. La fuga di Londra dovrebbe aprirci gli occhi. Ma c’è ancora una speranza per l’Europa, prima che sia tardi: i movimenti sovranisti e identitari stanno facendo prendere coscienza della situazione ai popoli europei, che iniziano a ribellarsi alle lobbies finanziarie che foraggiano le ong, ai potentati economici che armano i terroristi che stanno insanguinando l’odiata Europa. Ma che ci odino gli estremisti islamici è quasi comprensibile, quello che non è comprensibile è che alcuni europei odino i loro compatrioti.