Anche il Brasile ha il suo Donald Trump, si chiama Bolsonaro e rischia di vincere le elezioni

Il 7 ottobre si svolgeranno in Brasile le elezioni Legislative. Si voterà per il presidente della Federazione, per i Governatori degli Stati, per il Senato e per eleggere i deputati federali e dei parlamenti statuali. Sono elezioni dirette, con un secondo turno di ballottaggio, effettuate con il sistema elettronico. A tutti i candidati è assegnato un numero univoco che l’elettore deve digitare in cabina sul computer elettorale. Per la presidenza del Brasile i sondaggi davano in testa l’ex presidente Lula, che si trova in carcere per scontare una condanna per corruzione, seguito dal candidato ultraconservatore Jair Bolsonaro.

Quando a tre settimane dal voto Lula è stato dichiarato incandidabile, il leader indiscusso della sinistra brasiliana ha indicato al suo posto Fernando Haddad, affiancato come vice da Manuela D’Avila, 37 anni, del Partito Comunista.

Fernando Haddad, 55 anni, è stato ministro dell’Educazione del governo Lula e dal 2012 al 2016 un modesto sindaco di San Paolo, non confermato dagli elettori per il secondo mandato. Ha fatto politica nel Brasile ricco e urbano, dove gran parte degli elettori non sono di sinistra, mentre è praticamente sconosciuto nel Nordest brasiliano dove il Partito di Lula fa il pieno dei voti.

Pertanto la strategia del Partido dos Trabalhadores (Pt) punta tutto sull’identificazione di Haddad con l’ex presidente. Negli incontri pubblici e nei manifesti elettorali, dietro ad Haddad compare sempre la faccia barbuta di Lula. E il messaggio «Haddad è Lula» sembra cogliere nel segno. In un reportage del quotidiano la Folha de São Paulo realizzato in tre diversi comuni dell’interno dello stato nordestino del Pernambuco, dove Lula ottenne il 90% dei consensi, gli intervistati confermano di non conoscere Haddad, il cui nome viene storpiato spesso con il più famigliare «Andrade», ma assicurano che faranno «quello che Lula comanda».

Il sondaggio Datafolha del 20 settembre accredita al candidato del Pt il secondo posto nelle intenzioni di voto dei brasiliani con il 16%, alle spalle di Bolsonaro ora in testa con il 28%. Dietro di loro Ciro Gomes (Pdt) con il 13%, Geraldo Alckmin (Psdb) 9% e Marina Silva (Rede) che dal 16% di partenza sembra essere scesa a un modesto 7%.

Jair Messias Bolsonaro, 63 anni, nato a Campinas nello Stato di San Paolo da genitori di origine italiana, è un ex militare di carriera, deputato alla sua settima legislatura. Si caratterizza per un linguaggio duro e posizioni estreme. Parla apertamente contro gli omosessuali, è per la liberalizzazione delle armi e per la pena di morte ed elogia il regime militare brasiliano al potere negli anni Settanta.

Le sue posizioni, insieme al consenso, determinano anche un forte rigetto verso la sua persona, al punto che il 6 settembre, durante una manifestazione elettorale in una cittadina dello stato di Minas Gerais, Bolsonaro è stato accoltellato al fegato da un uomo, poi subito arrestato, spuntato all’improvviso tra la folla.

Marina Silva, 60 anni, di umili origini, originaria dello stato di Acre in Amazzonia, si è fatta strada divenendo prima deputato statuale poi senatrice. Punta sui temi della sostenibilità ambientale – il partito da lei fondato si chiama proprio «Rede Sustentabilidade» – e su una politica ispirata a valori etici, in aperto contrasto con il sistema corruttivo che pervade la politica brasiliana e nel quale è immerso il Pt. Per un breve periodo è stata Ministro dell’Ambiente del primo governo Lula, prima di entrare in contrasto con l’apparato del Partito dei Lavoratori e la futura presidente Dilma Roussef. Si candida alla presidenza del Brasile per la terza volta. Nelle elezioni del 2010 e del 2014 arrivò terza. I limiti della sua candidatura sono la ristrettezza delle risorse, l’esiguo spazio televisivo e la debolezza del suo partito alleato, il piccolo Pv.

Ciro Gomes, 60 anni è stato governatore e ministro. Si candida anche lui a presidente per la terza volta, presentandosi come l’alternativa di sinistra di fronte all’assenza del vero leader del Pt. Ha concentrato la sua campagna sui temi economici e sulla sua oratoria esplosiva. Non trovando alleanze ha dovuto scegliere come vice una candidata del suo partito, il Pdt.

Geraldo Alckmin, 65 anni, è stato sia sindaco di San Paolo sia Governatore dello Stato. Più volte in lizza per le presidenziali è il candidato che è riuscito ad attrarre il maggior numero di alleati, pescando tra i piccoli partiti del centro dello schieramento politico, definititi «fisiologisti». Si tratta di formazioni minori che si legano al carro governativo in cambio di favori e benefici. I precedenti risultati di Alckmin non sono incoraggianti: nelle presidenziali del 2006 andò al ballottaggio ma prese meno voti che al primo turno.