2 agosto: ancora in aula un pentito giudicato inattendibile già 20 anni fa

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Nelle scorse settimane, si è data notizia dell’udienza a cui partecipò Gianluigi Napoli, teste convocato dall’accusa contro Gilberto Cavallini nel nuovo processo per la strage e chiamato a dare, secondo “pm” e parti civili, “importanti” contributi alla ricostruzione degli eventi che caratterizzarono l’eversione di destra in Veneto tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80. Mercoledì scorso, come si è scritto, i testi, chiamati a confronto per verificare l’attendibilità di Napoli e di altri, hanno smentito, se non in tutto, in gran parte le parole del “pentito”; c’è qualcosa di più, però, da ragionare circa la presenza di Napoli – e non solo della sua – a questo processo, qualcosa che emerge chiaramente da un documento ora depositato dalla difesa di Cavallini e che si può mostrare ai lettori. Su molti dei fatti su cui ha testimoniato recentemente, il Napoli aveva già reso ampie dichiarazioni alle autorità giudiziarie venete che, nel caso proposto come in altri, decisero di non avvalersi delle sue parole in quanto – come chiunque può leggere – <prive dei necessari requisiti di genuinità, disinteresse, coerenza e veridicità>. Ciò accadeva vent’anni or sono. E se delle parole sono pronunciate: maliziosamente; per interesse; senza coerenza e in modo distorto; a pronunciarle – di norma -, è un bugiardo. Ora, al di là di quel che si pensi circa le effettive responsabilità di Cavallini nella progettazione e attuazione della strage, oppure della effettiva colpevolezza o meno di Valerio Fioravanti, Francesca Membro e Luigi Ciavardini, è accettabile, è dignitoso, risponde ai reali interessi della giustizia continuare ad avvalersi in questo genere di processi di “collaboratori”, “dissociati” e “pentiti” – il lettore perdonerà il termine scurrile – così spesso e così profondamente “sputtanati” nelle stesse aule di giustizia? Possibile che – non ostante i decenni trascorsi – nessuno senta il bisogno almeno – anche credendo colpevole l’imputato – di superare una volta per tutte i “vizi” dei precedenti processi, affinché il verdetto – quale che esso sia – non venga inficiato dagli inevitabili dubbi che sollevano le inquietanti parole e personalità che vengono ascoltate e portate in aula? Per altro, qui il discorso si fa necessariamente generale: possibile che non esista una norma, se non scritta, almeno consuetudinaria, che imponga ai pubblici ministeri e ai giudici di non potersi mai più avvalere, in qualsiasi processo, della testimonianza di chi, dalla stessa Giustizia che essi rappresentano, è stato “patentato” inaffidabile e non credibile? L’”uso” dei pentiti è stato spesso un vero e proprio terreno di scontro tra politica e magistratura; probabilmente, se gli inquirenti si astenessero da certi “abusi”, almeno nelle circostanze più eclatanti, tante polemiche si stempererebbero e la civiltà giuridica del Paese non potrebbe che guadagnarne.