Cento anni fa il folle volo su Vienna di D’Annunzio fu “presagio di vittoria” (video)

Il presagio di Vittoria / un mattino di agosto / giovane ala italiana / nel destino che si volge / via eroica: come fai, salirai, dove volerai? / certezza di fuoco / nell’ora che sceglieremo / viva l’Italia! / oseremo quel che vorremo / moltiplica l’impeto / nella via eroica / l’ebbrezza del vento / mattinata di agosto / moltiplica l’impeto / nella via eroica / la gioia dell’arditezza / un destino che volge! Sono le parole della canzone L’ala d’Italia del cantautore identitario Skoll, liberamente ispirata alle parole di Gabriele D’Annunzio in volo su Vienna. Skoll è stato l’unico artista italiano a dedicare molte canzoni e anche un concept album alla Prima Guerra Mondiale e alla vittoria italiana. Di tutto il panorama musicale italiano, solo Enrico Ruggeri, oltre a Skoll, ha dedicato all’impresa italiana un bel pezzo.

E l’impresa di Gabriele D’Annunzio, il volo su Vienna, che oggi a scuola si insegna a malapena, è di quelle che meritano e che all’epoca, un secolo fa, ebbe una risonanza mediatica enorme. I lettori del Secolo d’Italia conoscono la storia alla perfezione, ma vogliamo rievocarla a beneficio dei più giovani, affinché sappiano cosa fecero i loro padri e i loro nonni cento anni fa. Il 9 agosto 1918 11 aerei italiani riuscirono ad arrivare sul cielo di Vienna, la capitale nemica, dove lanciarono centinaia di migliaia di volantini invitando gli austriaci a cessare le operazioni belliche e ad arrendersi. Un’impresa certamente ardita, rischiosa, coraggiosa, tutte qualità che i piloti italiani avevano da vendere. L’ideatore del gesto temerario, Gabriele D’Annunzio, non solo la progettò, ma vi partecipò personalmente, nel velivolo pilotato dall’eroico capitano pilota Natale Palli (ritratto nella foto insieme a D’Annunzio), insignito di una Medaglia d’Oro, quattro d’argento e una di bronzo, che morirà neanche un anno dopo durante la trasvolata Padova-Parigi-Roma per un guasto al suo velivolo. Per la verità era un anno che D’Annunzio progettava l’impresa, ma vi erano difficoltà di ordine tecnico, relative soprattutto all’autonomia degli apparecchi, gli Ansaldo Sva dell’87Squadriglia aeroplani, che non potevano volare ininterrottamente per oltre mille chilometri. Inoltre il comando italiano non poteva rischiare che lo stesso D’Annunzio cadesse in mani nemiche, e per questo l’autorizzazione al volo venne ripetutamente negata. Ma un certo Ugo Zagato, allora giovane tecnico della fabbrica Pomilio, che fabbricava gli aerei, e che poi si sarebbe affermato nel mondo dell’automobile, risolse il problema dell’autonomia degli Ansaldo. Non c’erano più ostacoli, e neanche la distruzione dell’aereo sul quale doveva volare D’Annunzio lo indusse a rinunciare, perché ne fu approntato subito un altro. Così il comando supremo italiano dette l’autorizzazione, sottolineando che doveva essere solo un volo dimostrativo che non recasse “offesa alla città” di Vienna.

Lo stormo giunse a Vienna indisturbato

Così il “folle volo” ebbe inizio: il 2 e l’8 agosto i decolli furono ostacolati dal maltempo e da noie tecniche, ma all’alba del 9 D’Annunzio riuscì a partire dall’aeroporto padovano di San Pelagio con 11 apparecchi, tre dei quali però dovettero atterrare poco dopo per guasti tecnici mentre un quarto atterrò in Austria, a Wiener Neustadt per un guasto; il pilota Giuseppe Sarti incendiò il suo aereo prima di essere fatto prigioniero dagli austriaci. Gli altri proseguirono destinazione Vienna. Erano, oltre a D’Annunzio e Palli: il tenente Ludovico Censi, il tenente Aldo Finzi, il tenente Giordano Bruno Granzarolo, il tenente Antonio Locatelli, il tenente Pietro Massoni, il sottotenente Girolamo Allegri detto Fra’ Ginepro per la folta barba, mentre i tre costretti a interrompere erano il sottotenente Francesco Ferrarin, il capitano Carlo Alberto Masprone e il sottotenente Vincenzo Contratti, oltre al citato Sarti. Dopo alcune ore di viaggio tra temporali e avversità metereologiche, ma senza essere mai intercettati dall’aviazione austriaca, alle 9,20 gli aerei poterono abbassarsi a 800 metri di quota e lanciare i loro volantini tricolori. Nelle strade, riferirono i testimoni, vi erano migliaia di persone, attirate e preoccupate dalla presenza di aerei sulla città. C’è anche un piccolo retroscena sul testo di questi volantini. Quello scritto da D’Annunzio fu giudicato poco efficace e inoltre era difficile da tradurre un tedesco, pertanto, oltre ai volantini scritti dal Vate, ne furono lanciati anche altri scritti da Ugo Ojetti e di gran lunga mediaticamente più validi. Ecco il testo di questo secondo messaggio: “Viennesi! Imparate a conoscere gli italiani. Noi voliamo su Vienna, potremmo lanciare bombe a tonnellate. Non vi lanciamo che un saluto a tre colori: i tre colori della libertà. Noi italiani non facciamo la guerra ai bambini, ai vecchi, alle donne. Noi facciamo la guerra al vostro governo nemico delle libertà nazionali, al vostro cieco testardo crudele governo che non sa darvi né pace né pane, e vi nutre d’odio e d’illusioni. Viennesi! Voi avete fama di essere intelligenti. Ma perché vi siete messi l’uniforme prussiana? Ormai, lo vedete, tutto il mondo s’è volto contro di voi. Volete continuare la guerra? Continuatela, è il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandola. Popolo di Vienna, pensa ai tuoi casi. Svegliati! Viva la Libertà, viva l’Italia, viva l’Intesa!”. Nella guerra successiva, però, gli alleati non si faranno questi scrupoli e bombarderanno terroristicamente i civili. Lo stormo successivamente ritornò in Italia attraverso un percorso diverso, passando su Trieste e Venezia evitando la contraerea avversaria, per poi atterrare trionfalmente a San Pelagio. Il volo su Vienna ebbe come detto vastissima ripercussione internazionale, proprio perché fu inoffensivo e pacifico, e gettò l’opinione pubblica in favore dell’Italia e dei suoi piloti intrepidi. Persino i giornali dell’Impero asburgico simpatizzarono con la causa italiana e criticarono aspramente i militari austriaci che non erano riusciti a intercettare lo stormo tricolore.