Stadio di Roma, il Pd all’assalto di Bonafede: «Riferisca in Senato»

Ad evitargli le polemiche non basta la laconica dichiarazione («non commento indagini in corso») con cui il neoministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha respinto l’assalto dei giornalisti che, a margine della presentazione del rapporto dell’Anac al Senato, gli chiedevano un giudizio sull’inchiesta legata allo stadio della Roma.

Il capogruppo Marcucci: «Il ministro chiarisca i suoi rapporti con Lanzalone»

Nel giro di mezz’ora, infatti, a trascinare il Guardasigilli nell’imbarazzante vicenda provvedeva una nota del capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci: «Ho appena chiesto alla presidente Casellati – vi si legge -, di convocare in aula al più presto il ministro  Bonafede, a seguito degli inquietanti sviluppi del caso che riguardo lo stadio di Roma e l’ascesa del manager Luca Lanzalone (il numero uno dell’Acea, ristretto ai domiciliari e da poche ore dimissionario dall’incarico, ndr). Siamo ostinatamente garantisti – sottolinea ancora Marcucci – e vogliamo dare al Guardasigilli l’opportunità di chiarire in Parlamento i contorni di una vicenda che appare torbida e che lo riguardano in prima persona. Il ministro della Giustizia non può convivere con queste macchie: meglio che venga subito in aula a chiarire la sua posizione e le sue relazioni». Com’è noto, a tirare in ballo Bonafede – del tutto estraneo all’inchiesta aperta dalla Procura capitolina sulla realizzazione del nuovo stadio di Roma – è stata prima la sindaca Virginia Raggi e successivamente Roberta Lombardi, candidata del M5S alla guida della regione Lazio.

Bonafede estraneo all’indagine

Entrambe hanno dichiarato di aver conosciuto il manager Lanzalone, che si è dimesso da presidente dell’area, attraverso il vertice del MoVimento, segnatamente lo stesso Bonafede, ma anche Luigi Di Maio e Riccardo Fraccaro, anch’egli ministro del governo Conte, Beppe Grillo e Casaleggio Jr. Non una chiamata in correità (ripetiamo che nessuno di costoro è indagato), ma l’attribuzione di una precisa responsabilità politica. Senza le loro pressioni, lasciano capire la Raggi e la Lombardi, Lanzalone non sarebbemai arrivato in Campidoglio e men che meno sarebbe diventato il presidente dell’Acea, che è non solo l’asset più prestigioso del patrimonio della Capitale, la cui amministrazione ne detiene il 51 per cento, ma è anche la più importante utility italiana.