Stadio della Roma, così Parnasi ha distribuito soldi, assunzioni e consulenze ai politici

Soldi in contanti. Ma anche fatture per operazioni inesistenti. E poi assunzioni e consulenze. Erano questi i “benefit” che il costruttore Parnasi, che avrebbe dovuto costruire il nuovo stadio della Roma, in base alla variante del progetto licenziato nel febbraio dello scorso anno col taglio del 50 per cento delle cubature rispetto al progetto iniziale, elargiva, secondo l’accusa, foraggiando, così, politici e pubblici ufficiali con un metodo corruttivo che gli inquirenti definiscono come «asset di impresa».

«Adesso non mi costa molto…una volta non hai idea», dice Luca Parnasi in una intercettazione ambientale riportata nell’ordinanza di custodia cautelare di quasi 300 pagine dell’inchiesta sulla costruzione del nuovo stadio della Roma. Il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo parla di una corruzione di tipo sistemico e una di tipo pulviscolare. «E’ un investimento che io devo fare – dice Parnasi nelle intercettazioni – molto moderato rispetto quanto facevo in passato, quando ho speso cifre che neanche te lo racconto. Adesso ci sono le elezioni e io spenderò qualche soldo ma la sostanza è che ora la mia forza è che alzo il telefono…».

La scoperta della vicenda ha portato a 16 indagati, accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere, corruzione, finanziamento illecito, false fatture e traffico di influenze: cinque le custodie cautelari in carcere – il costruttore Luca Parnasi e cinque suoi collaboratori, Luca Caporilli, Simone Contasta, Naboor Zaffiri, Gianluca Talone e Gianluca Mangosi- e tre ai domiciliari, l’esponente di Forza Italia, Adriano Palozzi, vicepresidente del Consiglio della Regione Lazio, Michele Civita, ex-assessore regionale del Pd e fedelissimo di Luca Zingaretti, e l’avvocato Luca Lanzalone, presidente della partecipata municipale Acea e consulente per M5S proprio sullo stadio della Roma.

Fra gli indagati nomi di peso come Davide Bordoni, capogruppo capitolino di Forza Italia e coordinatore azzurro della Capitale, e l’avvocato Mauro Vaglio, presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma, finito nella bufera per aver indirizzato una lettera personale a tutti gli avvocati romani per informarli delle sue intenzioni di scendere nell’agone politico.
Su Bordoni grava un’intercettazione nelle mani degli inquirenti in cui si farebbe riferimento a una tangente ma senza parlare dell’importo.

Secondo la Procura di RomaParnasi aveva promesso a Luca Lanzalone, uomo M5S, promesse di consulenze per il suo studio legale pari a circa 100 mila euro. E aveva anche garantito il suo aiuto nella ricerca di una casa e di uno studio a Roma.
All’ex-assessore regionale del Pd, Michele Civita, uomo vicinissimo a Zingaretti, in cambio dell’asservimento della sua funzione, il gruppo Parnasi aveva promesso l’assunzione del figlio in una delle società.
Per l’attuale vicepresidente della Consiglio Regionale, l’azzurro Adriano Palozzi, Parnasi avrebbe erogato fatture per operazioni inesistenti pari a 25 mila euro.
Infine l’attuale capogruppo M5S, Paolo Ferrara, che sul suo curriculum scrive di aver seguito, come finanziere delle Fiamme Gialle, un corso per la prevenzione della corruzione nella pubblica amministrazione, avrebbe ottenuto da Parnasi un progetto per il restyling del lungomare di Ostia.
«Chi ha sbagliato pagherà – reagisce Ferrara su Facebook annunciando di autosospendersi – Io sono sereno ed estraneo alla vicenda perché non ho nulla da nascondere. Ho fiducia nella magistratura e spero che si faccia chiarezza al più presto».

Tutto è nato da un’intercettazione compiuta, nell’ambito del procedimento su Marra e Scarpellini.
«Dalle intercettazioni – ha spiegato il procuratore aggiunto Paolo Ielo – emerge il forte interesse di Parnasi a finanziare il mondo politico, ma non tutti questi finanziamenti sono illeciti. E proprio su questo fronte proseguono le indagini».

Il motore del sistema di corruzione era Parnasi, arrestato questa mattina a Milano, che ha potuto contare sull’avvocato Luca Lanzalone, presidente di Acea, nella sua veste di consulente “di fatto” per il Campidoglio nella vicenda dello stadio della Roma.
Non a caso, gli episodi di corruzione cominciano proprio a inizio 2017 quando si apre la trattativa sulla riduzione delle cubature per lo stadio della Roma.

Ma uno degli obiettivi di Luca Parnasi era anche esportare il modello di corruzione a Milano.
Il gruppo tentò infatti di  corrompere l’allora assessore all’urbanistica di Milano, Pierfrancesco Maran, pronendogli l’acquisto di una casa.
Un’offerta che Maran rifiutò sdegnosamente.
A riferire tutto sono due uomini del gruppo in un’intercettazione: «Siamo andati lì a fare proprio una brutta figura, gli abbiamo proposto un appartamento ma lui ha risposto di no dicendo che lui “non voleva prendere per il culo chi lo ha votato”. Qui a Roma funziona ancora perché è Roma, la rometta…», si dicono i due.

Agli arresti di oggi sono seguite le perquisizioni alla Pisana, dove ha sede il Consiglio regionale del Lazio. I carabineiri, spediti dai procuratori romani a sequestrare documenti, hanno bussato prima alla palazzina della presidenza e, poi, a quella del gruppo Pd: sotto la lente uffici e scrivanie di due consiglieri, Michele Civita, Pd e Adriano Palozzi, Fi.

Un capitolo a parte nell’ordinanza di custodia sull’inchiesta sullo stadio della Roma, il gip di Roma Maria Paola Tommaselli lo riserva all’M5S: per «ottenere i favori del mondo 5 Stelle» Parnasi avviò «l’attività di promozione in favore del candidato alla Regione Roberta Lombardi.
Obiettivo era «rafforzare i suoi legami con Paolo Ferrara e con Marcello De Vito – scrive il gip nel provvedimento – che gli hanno avanzato tale richiesta in quanto ricoprono rilevanti incarichi nell’ambito dell’amministrazione capitolina, svolgono un ben preciso ruolo nell’approvazione nel progetto dello stadio, e crea i presupposti per lo sviluppo di ulteriori progetti imprenditoriali, essendo la Lombardi, oltre che candidata alla Regione, personaggio di spicco dei 5 Stelle a livello nazionale e quindi destinata, in ipotesi di un successo elettorale della sua compagine nelle elezioni politiche a ricoprire ruoli decisionali nel nuovo assetto che si determinerà all’esito del voto».

L’As Roma, ha spiegato il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo nel corso della conferenza stampa in Procura durante la quale ha fatto il punto sugli accertamenti, non c’entra nulla nell’inchiesta che ha portato a nove arresti e 16 indagati nell’ambito della costruzione del nuovo stadio della Roma.
La vicenda sembra aver colto di sorpresa la società sportiva: «non sappiamo ancora niente. Lo abbiamo appreso questa mattina dalle agenzie», cade dalle nuvole il Direttore generale della Roma Mauro Baldissoni, arrivando nella sede milanese della Lega serie A di calcio per prendere parte all’assemblea sui diritti tv.  Il dirigente spiega tuttavia che non è escluso che debba tornare a breve a Roma proprio per approfondire la vicenda.

A questo punto si sta valutando anche lo stop al progetto modificato sullo stadio della Roma. Proprio ieri era scaduto il termine per presentare le osservazioni al progetto e si era fissata la scadenza per le controdeduzioni per le quali è stato dato un tempo di 30 giorni.
Nella marcia a tappe forzate verso la realizzazione dell’opera, a metà luglio era prevista la delibera col progetto variato da inviare alla Regione Lazio per l’ok definitivo. Ma ora arresti e indagini potrebbero imporre lo stop al progetto.

E sotto la lente torna anche la questione della scelta dell’area di costruzione dello stadio, quella zona catalogata R4 sul Piano Regolatore della Capitale, cioè zona a rischio idraulico molto elevato per le esondazioni del Tevere «per cui sono possibili – ricorda il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabio Rampelli – la perdita di vite umane e lesioni gravi alle persone, danni gravi agli edifici, alle infrastrutture e al patrimonio ambientale, la distruzione di attività socio-economiche» tanto che «per la sua gestione è necessario realizzare opere di difesa».

Proprio a gennaio di un anno fa Rampelli aveva sollevato anche questa questione rispolverando la vicenda del terreno attiguo che sta cedendo e sta inghiottendo la Nuova Fiera di Roma: «Solo in Italia ci vogliono 5 anni per stabilire se e quanto è esondabile un terreno, come non avessimo apposite cartografie a certificarlo. Solo qui uno stadio di queste dimensioni in una zona ad alluvionamento controllato diventa oggetto di  un mercato delle vacche delle cubature. Sono i tecnici e non sindaci e assessori a doversi prendere la responsabilità del verdetto, rispondendone sul piano civile e penale».