Mazzola, Giralucci, Cecchin: per decenni ricordati soltanto dalla comunità del Msi

Oggi ricorre il duplice assassinio dei missini Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, uccisi nella sezione del Msi di Padova da un commando delle Brigate Rosse. Era il 1974. Tra l’altro, fu il primo omicidio dele Brigate Rosse, e l’organizzazione terrorista comunista fu molto in forse se rivendicarlo  o meno. Alla fine di decise per il sì, ma la cosa non ha cambiato il corso del terrorismo in Italia. E il 16 giugno, a Roma, ma nel 1979, elementi del Pci inseguirono, picchiarono e causarono la morte del militante del Fonte della Gioventù Francesco Cecchin: per mesi i nedia antifascisti cercarono di contrabbandare la tesi della caduta accidentale durante la fuga, ma le perizie dimostrarono che Cecchin, dopo essere stati picchiato, fu scaraventato di sotto e ucciso. Le modalità del massacro di Mazzola (60 anni) e Giralucci (30) sono se possibile ancora più atroci: le Br raccontarono di avere fatto irruzione nella sezione missina solo per portare via gli archivi degli iscritti, secondo la nota pratica delle schedature dei nemici politici dei comunisti e di aver sparato solo a causa della reazione dei missini. Versione che fa acqua: davvero si attendevano che un ex carabiniere, Mazzola, e un attivista trentenne, Giralucci, rimanessero inerti di fronte all’irruzione di terroristi armati nella loro sede? Mazzola fu il primo a reagire, tentando di strappare la pistola a un terrorista, immediatamente aiutato da Giralucci, e a questo punto i brigatisti spararono e li finirono con il colpo alla testa di partigiana memoria. La strage fece notizia soltanto tra i missini, perché sia la città veneta sia la nazione rimasero indifferenti all’ennesimo omicidio politico: e poi, i morti erano due fascisti, non meritavano la pietas dei loro connazionali. Per molti anni addirittura fu proibito attaccare una lapide che ricordasse  i due caduti missini sul palazzo di via Zabarella. Come abbiamo già scritto, se lo Stato e le istituzioni si fossero rese conto che in Italia stava nascnedo uno spietato partito armato comuniswta, tutta la stagione del terrorismo, che proseguì fino agli anno Novanta, si sarebbe potuta eviutare. Ma si preferì dare la caccia al fascista.

Oggi si nega una via a un uomo di pace: rispetto per Giorgio Almirante

Prima e dopo quegli omicidi di giugno ve ne furono altri, di stragi contro i neofascisti, senza che ciò sollevasse particolare clamore, in quanto, come detto, si trattava di morti di serie B. Per quarant’anni, ogni anno, solo ed esclusivamente i mssini ricordarono puntualmente i loro fratelli Mazzola e Giralucci, lo Stato non fece mai nulla, nonostante si trattasse evidentemente di vittime del terrorismo. Anche quando il Msi si trovava in cattive acque, quando sembrava lo si volesse chiudere, quando le percentuali erano bassissime, quando c’erano centinaia di latitanti e altrettanti attivisti arrestati, i missini ricordarono sempre puntualmente questi e altri caduti per la loro idea. Questi caduti per la comunità missina, esclusa, emarginata, perseguitata, saranno sempre “presenti!”. Ma la cosa triste è che dopo tutti questi morti ammazzati, dopo le parole vane di pacificazione di condanna della violenza, oggi vi sia ancora chi con odio e faziosità si oppone all’intitolazione a Roma di una via a Giorgio Almirante, che fu quello che per tutta la vita tentò di pacificare gli animi, che chiese giustizia e non vendetta, che cercò sempre di calmare i suoi attivisti, come risultata sia dai suoi scritti sia dai suoi discorsi pubbici sia dagli atti parlamentari. E’ semplicemente vergognosa questa lista di proscrizione che ha un nome solo: Almirante. E’ incontro0vertibile che l’uomo politico missino sia stato sempre un alfiere di pace e di pacificazione, ma qualcuno non gli perdona la sua presunta colpa, quella di aver aderito alla Repubblica Sociale Italiana, insieme ad un altro milione di italiani in armi. E allora? Non c’è nanche libertà di arbitrio in questo Paese? Non si può fare la scelta che si reputava in quel momento più giusta, come fecero quei giovani piloti dell’Anr che da soli o in pochissimi si levavano in volo che centinaia di fortezza volante americane che bombardavano a tappeto i civili italiani? Si rimprovera d Almirante di aver sottoscritto il Manifesto della Difesa della Razza: ebbene, facciamo chiarezza una volta per tutte, non è vero. In calce al manifestao c’erano le firme di dieci scienziati dell’epoca e quella di Almirante non c’era. Così come non c’era la sua fiorma in calce a presunto manifesti della Rsi in cui si condannava qualcuno alla fucilazione: Almirante della Rsi faceva il giornalista, non il militare. La verità è che ad Almirante non si perdonano le sue idee, le sue libere idee, certo oppioste a quelle di chi ha deporato milioni di persone e di popolazioni in Unione Sovietica, chi chi ha oppresso popoli per decenni. In tutta la sua vita Almirante ha sempre dimostrato i suoi nobile sentimenti di pace. Per questo chiediamo rispetto per lui.