Di Maio serial killer del congiuntivo: «Scusatemi, è l’emozione»

Se l’arcivescovo di Costantinopoli si…si…si…arcivescovicostantinopolizzasse? Oppure si arcivescocostantinopolizzerebbe? Buona la prima, certamente. Almeno per quelli che al solo pronunciare la particella “se” sentono partire dal cervello un sibilo d’allarme e perciò la conducono senza esitare nel suo alveo sintattico naturale: il congiuntivo. Non così Luigi Di Maio, la cui familiarità con questo modo dei verbi italiani è a dir poco rarefatta e intermittente. Che non fosse tagliato per sedere tra gli accademici della Crusca, data l’alta frequenza con cui cala consecutio impossibili nel bel mezzo di discorsi e interviste, se n’erano accorti anche gli scolari della quinta elementare. Ma più d’uno, tuttavia, confidava nell’effetto taumaturgico di quella grazia dello stato nascente che solitamente tocca chi viene insignito di onori e di cariche importanti. E invece nisba: né il ruolo di  ministro vicepremier né la sede parlamentare in cui parlava sono riusciti a trattenerlo dallo sferrare l’ennesimo sfregio alla lingua che fu di Dante. «Perdonatemi, è l’emozione», si è difeso a frittata ormai fatta. E meno male che non si è affidato al più comico «io speriamo che me la cavo».