Bologna, neanche la deposizione di Fioravanti serve a “capire” il processo Cavallini

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo- 

Caro direttore, a leggere le cronache stamattina, sembra evidente come Valerio Fioravanti, che sempre ieri ha iniziato a deporre al processo a carico di Gilberto Cavallini per la strage del 2 agosto ’80 a Bologna, abbia preso le distanze dall’ex-sodale. «Su Cavallini sospendo il giudizio» e «se avessi saputo di suoi contatti coi servizi, oggi non sareste qui a processare Cavallini, ci avremmo pensato noi…»: queste due frasi dell’ex-leader della formazione terroristica sembrano abbastanza chiare ed esaustive. Se non fosse che lo sembrano solo perché ampiamente isolate dai ragionamenti in cui erano inserite. Alle domande dei pm che vertevano sulla certezza o meno che Fioravanti avesse circa l’impermeabilità dei Nar alle infiltrazioni dei “servizi”, il teste ha risposto d’essere certo che lui, Alessandro Alibrandi, il fratello Cristiano prima del “pentimento” e Francesca Mambro fossero immuni da questo tipo di contatti.

Poi, quando l’attenzione degli inquirenti si è spostata su Cavallini, Fioravanti ha ricordato come – avendo individuato in Carlo Digilio lo “zio Otto” di cui l’imputato gli avrebbe parlato come di un suo contatto per la modifica e l’acquisto di armi; Carlo Digilio che, al momento dell’arresto, affermò lui stesso di essere un collaboratore dei “servizi” – Cavallini si possa essere trovato nell’imbarazzo di aver scoperto di aver tenuto rapporti con un personaggio per lo meno equivoco. In sintesi, Fioravanti ha parlato non di un Cavallini “collegato coi servizi deviati”, ma con un contatto che “avrebbe avuto agganci coi servizi”. Un contatto che potrebbe tornare utile proprio oggi, dal momento che Digilio, in sue dichiarazioni raccolte nell’ambito di altre inchieste, confermerebbe l’alibi del gruppo per la giornata del 2 agosto, avendo detto di aver avuto, quella tragica mattina, un appuntamento proprio con Cavallini per una questione di armi. Esattamente come hanno dichiarato Fioravanti, Mambro e Ciavardini in momenti diversi della loro vicenda processuale. Semmai, il problema è che Cavallini, ancora oggi, non sembrerebbe disposto ad ammettere quell’incontro o, meglio, che la persona che avrebbe incontrato il 2 agosto fosse Digilio. Perché non lo ammetterebbe? Fioravanti, prima e dopo aver detto, proprio per questa ragione, di <sospendere il giudizio su Cavallini>, ha dato anche una spiegazione di questo atteggiamento, anzi, due: la prima, come già detto, fondata sul possibile imbarazzo nell’aver appreso anni dopo, lui come gli altri, che Digilio sarebbe stato collegato ai “servizi”; la seconda, relativa alle loro vicende processuali, nell’aver preferito, dato che ormai che tutti i componenti del gruppo Nar erano in carcere e con sentenze definitive, “tutelare la posizione di Carlo Maria Maggi” che, al momento delle rivelazioni di Digilio, era sotto processo e poteva sperare nell’assoluzione.

Insomma, Fioravanti non ha affatto adombrato un collegamento consapevole di Cavallini coi servizi, ma solo rappresentato la drammatica complessità della vita e delle azioni di un gruppo di latitanti e, poi, di imputati in innumerevoli processi. Quel che è certo, è che anche dalla deposizione di Valerio Fioravanti non sono emersi fatti nuovi che diano il segno della necessità di questo processo a carico di Cavallini. Nel lungo esame di ieri, almeno fino alle 17.45 – era iniziato quasi puntualmente alle 10.15 della mattina -, i “pm” non erano riusciti mai una volta a pronunciare la frase di rito: <Le contesto che…>, non potendo mai rilevare contraddizioni significative tra ciò che stava dicendo il teste ieri e ciò che aveva dichiarato in passato. Fioravanti – molto più di Ciavardini e della stessa moglie – è apparso calmo, con una ferrea memoria dei fatti e delle circostanze, persino delle atmosfere che hanno caratterizzati i vari eventi di cui è stato protagonista.

Ha rivendicato con durezza la sua innocenza per la strage, sottolineando di essere ben cosciente del fatto di <non essere creduto> dai magistrati di Bologna e di essere ancora una volta qui a interpretare il ruolo di <mostro dei mostri>. Tanto che, sul finire di questa prima parte dell’interrogatorio, ha perso le staffe quando si è sentito chiedere insistentemente precisazioni su una particolare che lui riteneva inutile, tanto più perché riferito a un episodio che sarebbe accaduto molti giorni dopo il 2 agosto, portandolo a esclamare, rivolto al “pm” Antonella Scandellari: <Ma che caz.. ti cambia se…>. Attimi di confusione in aula, esclamazioni di riprovazione da parte degli inquirenti, ma, come accade in certi incontri di boxe, il suono della “campanella” ha messo tutto a tacere, rimandando il confronto al round successivo. D’altro canto, l’insistere dell’accusa su particolari poco significativi sembra la cifra distintiva del dibattimento in corso, non senza momenti di vera ilarità, quasi da sgomento. Come quando, per esempio, il “pm” Antonello Gustapane ha chiesto a Fioravanti di ricordare quando avesse conosciuto Paolo Signorelli. <La prima volta – ha risposto “GiusVa”  – lo vidi in carcere, dove provai una certa simpatia umana per lui, dal momento che era stato arrestato con l’accusa di essere il capo dei Nar>. E Gustapane allora perentorio incalza: <E lei come faceva a essere sicuro che non fosse il capo dei Nar?> Fioravanti sbarra gli occhi – e anche molti dei presenti – all’incredibile domanda e risponde: <Il capo dei Nar ero io…>. In altre parole, il processo sembra prendere corpo più nelle imprecisioni della stampa che nella discussione dibattimentale.