Ustica, la Cassazione: i ministeri devono risarcire l’Itavia (quasi fallita)

Risarcire devono risarcire. Ora tutto sta a capire se 265 milioni di euro bastano o sono troppi. Lo deciderà, fra qualche mese, la Cassazione. Che, intanto ha deciso che il Ministero della Difesa e quello delle Infrastrutture devono risarcire la compagnia aerea Itavia fallita dopo l’abbattimento del suo Dc9 caduto nel mare di Ustica il 27 giugno 1980 con 81 vittime per «l’esplosione esterna dovuta a missile lanciato da altro aereo». Il motivo? «Omessa attività di controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica», hanno stabilito i supremi giudici del Palazzaccio confermando così la responsabilità dei ministeri (in)competenti nel disastro aereo.
Alla fine pagheranno i cittadini per la strage di Ustica il cui contenzioso si trascina da anni in un complicato braccio di ferro fra i parenti delle vittime, gli eredi di Aldo Davanzali, proprietario dell’Itavia, morto a 83 anni nel 2005, e lo Stato italiano.

Fondata nel 1958 con il nome di Società di Navigazione Aerea Itavia, la compagnia aerea finirà nelle mani di Aldo Davanzali a metà degli anni ’60 ritagliandosi una discreta quota di mercato anche in Europa ma l’incidente di Ustica determinò il tracollo del vettore aereo italiano che era già pesantemente indebitato. L’ipotesi, poi smentita, di un cedimento strutturale all’origine del disastro, portò alcune persone a puntare il dito sull’azienda che venne accusata di scarsa manutenzione dei propri velivoli e di mancato rispetto delle regole di sicurezza. Le successive indagini smentirono la circostanza ma quel che era fatto era fatto.
Sei mesi dopo la strage di Ustica vennero sospesi i voli di Itavia alla quale, poco dopo, il ministro socialista dei Trasporti, Rino Formica, revocò le licenze.
Nella primavera dell’81 l’Itavia venne dichiarata insolvente. E, a metà dell’estate, venne posta in amministrazione straordinaria. Flotta e personale di volo vennero assorbiti da Aermediterranea, partecipata in maggioranza da Alitalia e al 45 per cento da Ati.

Da lì iniziò un contenzioso che si è trascinato fino ad oggi. L’Itavia citò in giudizio tre ministeri, Difesa, Trasporti e Interno, sostenendo che non avrebbero controllato, vigilato e assicurato la sicurezza delle aerovie italiane e non avrebbe svolto attività di prevenzione del terrorismo. All’origine della strage ci sarebbe stata, in definitiva, o la bomba a bordo o il missile.

Nel 2003 il Tribunale di Roma condannò i tre ministeri a risarcire Itavia con per un totale di 943.740 euro compresi gli interessi. Ma, in secondo grado, nel 2007, la Prima Sezione Civile della Corte d’Appello di Roma, li assolve. Due anni dopo è la Terza Sezione Civile della Cassazione a chiedere di ripetere il processo d’appello.

Parallelamente, nel 2013, la Cassazione, in sede civile, condanna lo Stato Italiano a risarcire i familiari delle vittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli confermando, così, che la strage di Ustica avvenne a causa di un missile e non di una esplosione interna al DC9 Itavia né, tantomeno, a causa di un cedimento strutturale.

Di conseguenza, il 22 ottobre 2013, dichiarando «oramai consacrata» anche «nella giurisprudenza» della Cassazione la tesi «del missile sparato da aereo ignoto», i supremi giudici di piazza Cavour accolgono il ricorso degli eredi Davanzali. Il nuovo processo civile per valutare la responsabilità dei ministeri della Difesa e dei Trasporti nel fallimento dell’Itavia in quanto «definitivamente accertato» il depistaggio nelle indagini stabilisce, appunto, definitivamente, che i due dicasteri devono risarcire la compagnia aerea. Sarà ora la terza sezione civile della Cassazione a stabilire se 265 milioni di euro sono sufficienti. Dalla strage di Ustica sono passati 38 anni.