Stragi “nere” per fermare l’avanzata del Pci? Una tesi che non ha fondamento storico

Caro direttore,

in attesa dell’udienza che vedrà concludersi l’esame testimoniale di Luigi Ciavardini, mercoledì prossimo, può essere utile analizzare – anzi, smontare una volta per tutte – la tesi prevalente, almeno nelle intenzioni delle parti civili, al processo a carico di Gilberto Cavallini in merito alla strage di Bologna. Come si è già detto, alla sbarra non c’è tanto un uomo, chiamato – per altro, per l’ennesima volta -, bensì l’ipotesi che il 2 agosto 1980 altro non sarebbe stato, se non il più cruento dei tentativi – operati da un occulta centrale “atlantista” e capace di manovrare il “terrorismo nero” – per condizionare l’assetto politico italiano e, in particolare, per sbarrare la strada verso il governo al Partito comunista italiano. È questa e non altra la tesi di fondo che l’Associazione familiari delle vittime ha propugnato con la cosiddetta “rilettura delle carte processuali” che è alla base del processo in corso a Bologna e di altri due procedimenti (quelli contro i “mandanti delle stragi”) che, però, rischiano di essere archiviati. Teoria tutt’altro che nuova, ma che non ha mai trovato supporto a livello giudiziario, seppur sia stata ampiamente propagandata a livello storico e politico.

Dunque, vale la pena di chiedersi: esiste veramente una correlazione tra stragismo in Italia e dinamiche elettorali e politiche, interpretabili come strategie di opposizione all’entrata del Pci nell’area di governo? È tempo di affermarlo una volta per tutte: no. Anzi, a ben rileggere la storia, lo stragismo in Italia vide costantemente proprio un rafforzamento elettorale e politico del Pci, rendendo a dir poco bizzarra la teoria, secondo la quale “centrali occulte atlantiste” avrebbero scelto proprio quella sterile e drammatica strategia per ottenere costantemente il risultato contrario a quello perseguito. Rapidamente e con ordine, iniziando da piazza Fontana. L’attentato milanese avvenne del dicembre del 1969, un anno dopo le politiche del 1968 e al termine del periodo che passò alla storia come “autunno caldo”. Ora, alle elezioni del ’68 il Pci, è vero, registrò un lieve aumento dei voti rispetto al ’63 (dal 25.2 al 26.9%); però, l’area di governo, con la Dc quasi al 40%, poteva contare su una maggioranza che, per esempio alla Camera, era di oltre 400 deputati su 630. Le agitazioni che nel biennio infiammarono prima le università e poi le fabbriche, più che un’avanzata del Pci, videro l’insorgere prepotente sulla scena politica dei movimenti extraparlamentari di sinistra e di un sindacalismo a tratti violento e massimalista nei toni e nei contenuti. Entrambi questi fenomeni, poi, ebbero verso il Pci un atteggiamento non sempre favorevole e collaborativo, quando non proprio di scontro aperto.

In quegli anni, la Dc aveva in mente ben altro, che l’inserimento del Pci nel governo, puntando semmai a separare da quello il Psi, portando alla terza carica dello Stato, la presidenza di Montecitorio, Sandro Pertini. Perché mai gli “atlantisti” avrebbero dovuto, in questo quadro, sconvolgere il tavolo con una strage? Da un punto di vista dell’analisi storica, appare un’ipotesi alquanto bislacca. E lo diventa ancor di più, bislacca, se si fa attenzione a quello che accadde, elettoralmente e politicamente, nelle elezioni successive. Se, infatti, alle elezioni regionali del ’70 il Pci guadagnò un altro punto percentuale (arrivando al 27%), quel risultato confinò la forza elettorale “rossa” a tre regioni (Emilia, Toscana e Umbria), dimostrando quanto i comunisti fossero in un qualche modo limitati, nella loro capacità di espansione. Peraltro, quel dato fu al lordo delle cinque regioni a statuto speciale, dove il Pci godeva certamente di minori consensi. Inoltre, la tendenza dell’elettorato, agli inizi degli anni ’70, era tutt’altro che favorevole al Pci, come dimostrarono clamorosamente le elezioni siciliane del 1971 e le successive politiche del 1972, in cui esplose imprevedibilmente il Movimento sociale italiano con la sua nuova politiche della Destra nazionale: alle regionali in Trinacria il Msi divenne niente meno che il secondo partito dell’isola, col 20% dei voti; mentre alle politiche – col Pci fermo al 27 – la Destra sfiorò il 9% dei voti. Ora, in questo contesto, qualcuno vorrebbe sostenere che le “centrali occulte atlantiste” avrebbero organizzato gli attentati del 1974 – Strage di Brescia e Strage dell’Italicus – per fermare un’avanzata del Pci di cui non v’è traccia e, per di più, tramando col “terrorismo nero”.

Non sarebbe stato più facile, per quelle “oscure centrali”, promuovere direttamente l’accordo tra Dc, area di governo laica e Msi-Dn, senza spargimenti di sangue? Non è vero, al contrario, come ci narrano gli storici, che proprio dall’America – che delle “centrali occulte atlantiste” sarebbe necessariamente la patrocinante – si sollevarono le perplessità e i veti alla partecipazione della Destra al governo? Soprattutto, non è forse vero che è proprio dalle stragi del ’74 – mentre qualcuno operava per determinare una spaccatura del Msi-Dn – la Dc si sentì libera di puntare direttamente alla collaborazione col Pci, aprendo quella stagione politica che, passando dalle elezioni del ’76 – le uniche che videro un vero, consistente progresso del Pci, balzato al 34% -, portarono alla così detta “solidarietà nazionale”? E non fu una “strage nera” a bloccare lo sviluppo di quella politica, bensì – ed è materia di ricorrenze proprio in questi giorni – il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, operato non da “oscure centrali atlantiste”, ma dai comunisti delle Brigate rosse, forse con l’ausilio dei servizi segreti dell’Est. Vale la pena di ricordare come la morte di Moro non determinò l’immediata fine della politica di solidarietà nazionale: il governo di Giulio Andreotti (il così detto Andreotti IV) che lo statista democristiano aveva pensato e concordato col Pci fu varato e rimase in carica fino al 20 marzo 1979 con l’appoggio proprio dei comunisti. Comunisti che – come sembrano dimenticare proprio i vertici dell’Associazione familiari delle vittime, tra i quali c’è chi è convinto che fosse proprio il “divo Giulio” il capo delle “centrali occulte atlantiste” – avevano sostenuto anche il governo Andreotti III, quello in carica dal 29 luglio ’76 al fatidico 11 marzo ’78.

Infine, Bologna e il 2 agosto. Anche questo attentato si colloca tra due momenti elettorali, ma che raccontano una storia un po’ diversa delle dinamiche politiche italiane, rispetto a quelle che si pretenderebbe affermare in processi come quello in corso contro Cavallini. Alle politiche del 1979, infatti, il Pci registrò una brusca ridimensionata, perdendo 4 punti e, nel 1980, lungi dall’essere “sulla soglia del potere”, il partito di Enrico Berlinguer fu affossato politicamente non certo dall’attentato, bensì dalle conseguenze della “marcia dei 40 mila” a Torino e dall’esuberanza (unità all’ostilità proprio nei confronti del Pci) del nuovo “astro” della politica nazionale, Bettino Craxi, che caratterizzò il decennio intero. Insomma, la favola di uno “stragismo anticomunista”, se non ha mai trovato conferme giudiziarie, è perché manca soprattutto di dignità storica. Anche se – bisogna ammetterlo – è una favola persistente e che la “cultura di sinistra” racconta con una certa abilità.