Russiagate, Rudolph Giuliani: Mueller mi ha detto che non incriminerà Trump

Il procuratore speciale del Russiagate, Robert Mueller avrebbe assicurato ai difensori di Donald Trump, che non incriminerà il presidente degli Stati Uniti poiché si atterrà, strettamente, alle linee guida del Dipartimento di Giustizia, secondo cui un presidente non può essere incriminato.
La svolta nella complessa vicenda del Russiagate è stata rivelata, nel corso di un’intervista alla Cnn, da Rudy Giuliani, l’ex-sindaco repubblicano di New York ed oggi ingaggiato da Trump come avvocato per combattere la sua battaglia legale contro le accuse di rapporti con la Russia.
«Tutto quello che faranno è scrivere un rapporto – ha spiegato Giuliani – Non possono incriminarlo. Almeno ci hanno riconosciuto questo dopo qualche battaglia».

In effetti i giuristi sono divisi sulla possibilità che un Procuratore, anche speciale come Mueller, possa effettivamente portare un presidente degli Stati Uniti sul banco degli imputati.
Se Mueller si limitasse a scrivere un rapporto accusatorio, esso potrebbe diventare la base per una procedura di impeachment al Congresso, dove però attualmente i repubblicani controllano entrambe le Camere. Lo scenario potrebbe cambiare con le elezioni di Midterm di novembre.

Proprio oggi, giorno in cui compie un anno la nomina di Mueller, un anniversario che i fedelissimi di Trump stanno cercando di sfruttare per chiedere la veloce chiusura del procedimento – «andiamo, hanno avuto un anno intero, aumenteremo la pressione per cercare di far finire questa cosa che è andata avanti anche troppo a lungo», dice Rudy Giuliani – è emerso che vi sarebbe stato un informatore nella campagna elettorale che si concluse con la vittoria del tycoon: «Wow, sembra che stia venendo fuori che l’Fbi di Obama ha spiato la campagna di Trump con un informatore infiltrato», scrive su Twitter, il presidente degli Stati Uniti citando il giornalista Andrew McCarthy, secondo cui «probabilmente non c’è dubbio sulla presenza di almeno un informatore nella campagna».
«Se è così – esulta Trump – questo è più grande del Watergate!».

E’ emerso anche che quando l’Fbi avviò, nell’estate del 2016, l’inchiesta sui legami tra la campagna di Donald Trump e la Russia, il bureau fece tutti gli sforzi per mantenere il maggiore riserbo per evitare ricadute sulle elezioni. Proprio oggi il New York Times rivela che il nome in codice dato all’inchiesta era “Crossfire Hurricane” dal celebre verso della canzone dei Rolling Stones, Jumpin’ Jack Flash.
Erano pochissimi, in quel momento, gli agenti messi al corrente dell’inchiesta, avviata con la missione a Londra per un colloquio con l’ambasciatore australiano, Alexander Downer, che avrebbe avuto le prove che uno dei consiglieri di Trump era stato messo al corrente dell’intenzione della Russia di interferire nelle elezioni del 2016.
Per scongiurare il rischio che fossero rivelati i dettagli dell’inchiesta, che poi si è evoluta in quella affidata al procuratore speciale Robert Mueller, solo cinque agenti lavorarono al dossier, rivela il Times, mentre solitamente i casi collegati alla Sicurezza Nazionale hanno una squadra di almeno 12 agenti.