Non regaliamo il Sud alle illusioni del M5S, la sfida cruciale si giocherà lì

Riceviamo da Antonio Tisci e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

La questione meridionale è scomparsa dall’agenda della politica italiana e le forze politiche non hanno elaborato nessuna proposta per il Sud. In questo deserto di classe dirigente e di proposta politica è avanzato il Movimento Cinque Stelle che ha raccolto voti non per la proposta sul reddito di cittadinanza ma perché ha rappresentato una netta demarcazione con le vecchie classi dominanti che la fanno da padrone nel Mezzogiorno raccogliendo consenso in cambio di clientela. Se le prossime elezioni saranno il secondo turno di questa tornata elettorale, il centrodestra per vincere deve riuscire a portare la battaglia elettorale nel cuore del meridione, in quel lembo di terra italiana che va dall’Abruzzo alla Sicilia e che rischia seriamente di essere desertificato, trasformandosi in una colonia interna in una Italia sempre più colonia interna in terra d’Europa.

Dalla terra dei fuochi in Campania, all’emergenza mai risolta dell’Ilva a Taranto, passando per l’emergenza ambientale causata dal petrolio in Basilicata, il rischio serio è che un Mezzogiorno desertificato si trasformi in una grande discarica a cielo aperto e che in questa discarica la disperazione consegni in maniera definitiva il consenso al Movimento Cinque Stelle. Serve un grande progetto per il Sud e questo progetto non può non partire che da una rivisitazione totale dei parametri di giudizio sul Mezzogiorno. Se fino ad oggi la grande stampa ha raccontato l’esistenza di un Sud assistito che vive alle spalle del resto del paese, si deve avere il coraggio di dire che questa narrazione è palesemente falsa.

Leggendo l’ultimo rapporto Svimez, infatti, anche escludendo la spesa previdenziale, che di per sé produce un’accentuazione del divario suddetto, l’ammontare della spesa pubblica complessiva consolidata, intesa come spesa di Amministrazioni centrali e territoriali, si presenta significativamente più basso nel Mezzogiorno: 6.573 euro per abitante nel 2015 contro i 7.327,7 euro del Centro-Nord. La situazione è ancora più drammatica se si pensa agli investimenti in conto capitale e in infrastrutture. Il divario Nord-Sud è aumentato ed aumenta sempre di più. Nel Nord ci sono 3500 km di autostrade, di cui 1100 km a tre corsie, nel Sud 1500 km di autostrade, di cui solo 168 km a tre corsie. Nel Nord ci sono 847 km di ferrovie ad altra velocità contro i 180 km del Mezzogiorno. Quasi 600.000 aerei decollano dagli aeroporti settentrionali contro i poco più di 120.000 dagli aeroporti meridionali. Addirittura nel trasporto marittimo il Nord Italia ha una capacità di magazzini e silos per le merci di oltre 6 milioni di mc contro il milione di metri cubi di capacità dei porti meridionali con il risultato che nei porti del Nord sono sbarcate circa 176 milioni di tonnellate ogni anno contro le 103 milioni di tonnellate sbarcate al Sud, malgrado le 34 milioni di persone sbarcate nei porti meridionali contro le sole 4 milioni che sbarcano nei porti del nord Italia a dimostrazione che anche contro la geografia che vede un Mezzogiorno immerso nel mare ed un nord con meno sbocchi marittimi, gli investimenti pubblici in infrastrutture sono stati prevalentemente indirizzati verso il Nord.

Il cambiamento di rotta non può che partire da una proposta concreta in termini di una distribuzione equa degli investimenti. Al sud abita il 34% della popolazione italiana, dagli anni 2000 e ora anche nel c.d. Decreto Mezzogiorno viene stabilito il principio secondo cui le amministrazioni centrali avrebbero dovuto spendere in conto capitale al sud una quota proporzionale alla popolazione. Questo principio non è mai stato rispettato. Mediamente le amministrazioni centrali hanno investito nel sud circa il 20% del totale degli investimenti, ovvero molto al di sotto di quota 34%.

Tutto ciò (e senza considerare la spesa pubblica in senso ampio, dove il divario è molto più ampio, basti pensare che Ferrovie dello Stato investe al sud circa il 19% dei propri investimenti complessivi) produce, secondo lo Svimez una forchetta di circa 4,5 miliardi di euro l’anno. Tradotti in termini occupazionali, queste risorse se spostate dal Nord al Centro Sud avrebbero comportato circa 200.000 posti di lavoro in più al Sud

Se la grande sfida politica ed elettorale ma anche economica per il bene della Nazione si combatterà al Sud, il centrodestra deve non solo rispondere alla menzogna raccontata dal Governo secondo cui gli investimenti al sud sarebbero il 40% degli investimenti totali rivelando che tale somma si raggiunge sommando agli investimenti ordinari i fondi strutturali che sono diventati negli anni risorse sostitutive e non aggiuntive (come sarebbero dovute essere) ma soprattutto prevedendo un piano di investimenti ordinari nel mezzogiorno che ristabilisca un principio di equità tra le varie aree della Nazione. Un nuovo meridionalismo che parli di investimenti e non più di assistenza è la grande sfida delle classi dirigenti del mezzogiorno, proporre un autentico riequilibrio territoriale che sia ordinario e non straordinario è la grande sfida del centrodestra se vuole parlare al popolo del mezzogiorno ed è su questo terreno che si misurerà la capacità del centrodestra di essere autenticamente nazionale e sovranista.