Utero in affitto, illegale ma sdoganato con la complicità dei sindaci: ecco chi sono

«Piero e Francesco volevano diventare papà e ci sono riusciti». Inizia come il racconto di una favola un lungo articolo pubblicato qualche giorno fa su Repubblica e intitolato «Noi, padri gay di due gemelli. Ci battiamo perché abbiano gli stessi diritti degli altri bambini». L’articolo è solo l’ultimo esempio di come, omettendo e talvolta mistificando, si cerchi di sdoganare una odiosa pratica di sfruttamento delle donne, che viene compiuto da chi dei diritti dei bambini si ricorda solo a cose fatte. Una pratica che è anche un reato: in Italia l’utero in affitto è vietato dalla legge, punito con la reclusione da 3 mesi a due anni e con multe fissate da 600mila euro a un milione.

Lo spunto per questo racconto che tenta di umanizzare la compravendita di neonati su ordinazione è stata la recente decisione del Comune di Torino di iscrivere all’anagrafe tre figli di coppie omosessuali, una delle quali formata proprio da Piero e Francesco, che in Canada hanno commissionato e ritirato due gemellini. Il caso di Torino, però, non è affatto isolato: sono ormai una ventina i Comuni italiani che iscrivono all’anagrafe i bimbi di coppie gay, di fatto avallando la pratica della maternità surrogata. Il quotidiano La Verità li ha messi in fila: Torino, Gabicce Mare (PU), Catania, Grosseto, Roma, i comuni piemontesi di Moncalieri, Settimo, Piossasco, Collegno, Caselette, Gassino, Borgaro, Chieri, Nichelino e Beinasco. E ancora Milano, Napoli, Bologna e Crema. Una lunga lista di amministrazioni – ma sarebbe più opportuno parlare di amministratori – che per una deriva ideologica violano la legge italiana. E anche se grandi conquiste civili nel tempo sono state ottenute con delle forzature non è questo il caso. Checché ne dicano i fautori dell’utero in affitto.

Una volta tanto vale appellarsi all’Europa per capire quale sia la verità dietro la maternità surrogata: un enorme traffico di interessi economici, che per lo più non risponde all’umanamente comprensibile desiderio di avere figli, ma alla richiesta di mercato di ricchi capricciosi. Etero o gay che siano. Più volte, in questi anni, Strasburgo è stata interpellata sul tema, con spinte poderose affinché si esprimesse a favore. Più volte Strasburgo ha resistito, tenendo fede ai suoi patti costitutivi, quella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che nel capitolo “Diritto all’integrità della persona”, vieta in via assoluta «di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro». Che rifiuta insomma l’idea che in questa parte di mondo ci si possa vendere un rene o, ugualmente, affittare l’utero.

Basta scorrere la lunga lista di vip (di ogni orientamento sessuale) che si sono procurati uno o più figli da madri surrogate per capire di cosa si stia parlando: l’ultima è stata Kim Kardashian che, dopo due gravidanze naturali ad alto tasso di ingrassamento, ha voluto un terzo figlio facendo fare il “lavoro scomodo” a un’altra donna. C’è poi il campione di calcio Cristiano Ronaldo che – giovane, in salute e certo non a corto di donne – prima di figliare in modo naturale con una modella, ha voluto tre figli da donne che non avrebbero potuto rivendicare pretese extracontrattuali. E ancora Nicole Kidman, Sarah Jessica Parker, Halle Barry, Lucy Liu, Elton John, Ricky Martin, che ha spiegato di aver «scelto su internet la madre dei miei figli». Davvero possiamo credere che tutti abbiano incontrato donne che si sono prestate a pesanti cure ormonali e a nove mesi di gravidanza, con tutto ciò che comportano, per uno slancio di generosità o per una “avanzata coscienza civile” – per citare a memoria Nichi Vendola, un altro genitore di un bimbo nato da madre surrogata? Certo, qualche caso isolato di donne così fortemente ideologizzate non si può escludere, ma in genere si tratta di donne in difficoltà economica. Che non vivono solo nel Sudest asiatico, come pretendono di far credere coloro che indicano Stati Uniti o Canada come Paesi in cui la surroga avviene per spiccata modernità.

Raramente i profili delle madri surrogate assurgono alle cronache, ma quando capita si scopre che si parla di ragazze giovanissime, già madri di altri figli, magari single e con un lavoro modesto. Notizie di casalinghe di Beverly Hills o di avvocatesse liberal di Harvard che hanno affittato l’utero, invece, non ne sono mai giunte. Ma sia chiaro: la faccenda non riguarda solo i vip. A Roma sono stati registrati 250 casi di bambini nati in Ucraina e portati in Italia da coppie che li hanno iscritti all’anagrafe come propri. Una vicenda un po’ sospetta, di cui ha dato conto Il Messaggero, spiegando che c’è un’inchiesta aperta sui «membri dell’organizzazione che gestiva le trasferte».

Dicono coloro che sfruttano la pratica dell’utero in affitto che non c’è mercimonio. Lo hanno detto anche Piero e Francesco a Repubblica: «Non c’è alcun compenso», hanno sostenuto i due, invitando a non chiamare la maternità surrogata «utero in affitto». Ma si tratta di una mistificazione, perché il compenso alla madre c’è, anche se viene presentato come rimorso spese. A ricordarlo in queste ore è stata anche la Resistenza contro l’utero in affitto, una rete composta non da “fanatici integralisiti religiosi”, come spesso vengono additati coloro che si oppongono alla gestazione per altri, ma da femministe e lesbiche di Arcilesbica, dunque soggetti al di sopra di ogni sospetto anche rispetto a presunte tendenze omofobe. «Le cose non stanno affatto così: una gestazione per altri in Canada costa mediamente 120 mila dollari, somma che viene eufemisticamente definita “rimborso spese”», hanno scritto al direttore di Repubblica Mario Calabresi in una lettera aperta che però non sembra aver avuto la stessa visibilità dell’articolo sulla “famiglia arcobaleno” di Torino.

«Si paga una donna per confezionare un prodotto-bambino. Non si tratta di altruismo né di dono, come si sostiene più avanti: far credere che le donne si mettano “generosamente” e gratuitamente a disposizione di sconosciuti, con grave pregiudizio per la propria salute fisica e psichica, è offensivo e profondamente misogino», hanno scritto ancora le rappresentanti di Rua, le cui posizioni hanno poi trovato spazio sul Manifesto. «Il corpo di una donna non è suo perché lo metta sul mercato nella capacità materna, e nemmeno il neonato è una proprietà cedibile», si legge nell’articolo sulle «madri lesbiche che tirano la volata alla Gpa (Gestazione per altri, ndr)» e che si conclude, questo sì, con un richiamo ai diritti dei bambini: «Chiedetelo al neonato chi è sua madre, quando si fa strada per raggiungere il capezzolo che lo nutrirà, quando si sente rassicurato dalla presenza del corpo materno».