L’astensione “benevola” di Sorrentino su Berlusconi e la scoperta di “Dio”

Marco Travaglio ripete fino all’ossessione che bisogna correre tutti a vedere “Loro” di Paolo Sorrentino, perché svelerà il vero volto del “delinquente” che sta per insinuarsi anche nell’accordo di governo tra i suoi amati grillini e gli ex odiatissimi leghisti di Salvini, perché tutti capiranno, perché finalmente tutto sarà evidente, perché così, magari, se ne convincerà pure lui.

E’ chiaro, però, a chiunque esca dal cinema, che il regista napoletano non s’è adeguato ai mantra della sinistra che da anni vive sull’atteso epilogo, politico e biologico, del Cavaliere: anche in “Loro 2”, uscito ieri, poca retorica sul “virus” che avrebbe infettato il Paese negli ultimi anni, nulla a che vedere con i roghi fuori al Tribunale del rancoroso Nanni Moretti, solo qualche concessione frettolosa e quasi svogliata ai danni fatti, all’elencazione delle leggi ad personam, alla presunta origine oscura del suo patrimonio, alle amicizie pericolose, al conflitto d’interessi di Silvio. Il minimo sindacale per non essere accusato di intelligenza col nemico, a parte la pomposa e quasi volutamente surreale rappresentazione del contesto berlusconiano fatto di cene poco eleganti, veline, prostitute, papponi e magna magna. Tutto già visto, già noto, già archiviato, peraltro. “Tutto documentato, tutto arbitrario”, proprio come nell’incipit di “Loro 1”, come a introdurre il tema della relatività del cinema e dell’etica: nessuna ghigliottina, né politica né personale per Silvio, raccontato da Sorrentino per quello che è per appare a sé stesso e per quello che rappresenta di noi.

Niente giudizi politici, solo racconti esistenziali di Berlusconi, che appare generoso, fragile, arrogante, vanitoso, innamorato o cinico, fuori di testa o lucido e spietato, impaurito o sprezzante, con una narrazione sincera e senza ipocrisie. Come quella di Veronica, infelice a prescindere, innamorata fino alla fine, spirituale e disinteressata come una zanzara sulla giugulare di un toro.

Facciamocene una ragione: il rinoceronte che scappa per le strade del centro della Roma politicante e ipocrita, è lui che si libera dalle gabbie politiche e procede al galoppo nel suo cinema, come sempre. Il visionario Sorrentino, lo ha spiegato egli stesso in un’intervista a Vanity Fair, non era interessato a fornire una bocciatura storica e politica su pellicola patinata al popolo degli anti-berlusconiani. Voleva parlare degli italiani, tutti, di qualsiasi parte politica, attraverso la rappresentazione di un uomo che li ha tenuti e li continua a tenere in scacco con gli strumenti della democrazia, tv comprese. Sull’uomo politico, il regista sembra esprimere un’astensione “benevola”, definizione di spietata attualità.

«È un film sulle paure degli individui e su alcuni italiani che fanno parte di un Paese che, perfettamente diviso tra Sud e Nord, da un lato possiede pregi, difetti, inerzie, eroismi e cialtronaggini del Sud e dall’altro certe sconvolgenti forme di calvinismo del Nord. Loro, alla fine, sono gli italiani». E’ un film sulla paura, ma non del “delinquente”. Della vecchiaia, per esempio. Lo dice Sorrentino, a cui non frega niente di risiltare poco o troppo cattivo con Berlusconi, anzi, dà quasi la sensazione di essersi progressivamente infatuato di quel  “venditore di sogni” che non voleva solo vincere ma essere amato, da tutti, però. «La verità è che a Berlusconi i ruoli stavano stretti e la politica pone dei paletti, non solo burocratici, che per una personalità come la sua erano complicati da rispettare. Di certo è stato un grande mattatore che ci ha tratto a lui come una calamita. Se ci vedevamo in un bar o a cena, non si parlava d’altro. E tutto sommato quelle cene erano più divertenti, perché adesso, con gli attuali protagonisti della scena politica, la conversazione langue, arranca, muore. Sono diventate noiosette, le cene. E in questo gioco, attratti da una forza misteriosa, da un sogno da abbracciare o da un incubo da scacciare, siamo caduti tutti. Giovani, vecchi, donne, uomini…”, dice Sorrentino.

Il male assoluto, come emerge da “Loro” non era lui, semmai il “berlusconismo” che è in noi, come direbbe Giorgio Gaber. Ma anche un livello decisionale ulteriore, superiore perfino a quello del potentissimo Cavaliere.  Sorrentino lo definisce “Dio”, nel film, ma nessuno – neanche i più autorevoli critici di sinistra -ha ben capito chi fosse. Nessuno ha avuto il coraggio di sollevare l’asciugamano dal suo volto anziché dal suo fallo, come fa la ragazzina del film, in un orgasmo così rapido da far immaginare che lì sotto, più che un uomo, si nasconda un potere misterioso e invisibile.