Grillo fa il testimone emozionato del matrimonio tra Gigi e Matteo: «Mi agita»

Un testimone agitato, Beppe Grillo, che guarda al matrimonio post elettorale tra il suo delfino Di Maio e il leader leghista, Salvini, con trepidazione e benevolenza strategica. E così, in giorni di nozze reali, arriva anche la benedizione del padre nobile movimentista all’unione di fatto tra Carroccio e stellati.

Grillo prima attacca, poi benedice

E dopo un periodo di silenzio, Beppe Grillo torna a esternare tra gag e commenti semiseri sul «contratto di governo» siglato a quattro mani tra Salvini e Di Maio dal palco di La Spezia che lo ospita per una tappa del suo tour Insomnia e strizzando l’occhio a frondisti interni e detrattori esterni, dichiara: «Mi agita, mi agita, questo matrimonio mi agita, lo stress, lo stress, questo matrimonio…». E il doppio senso tra questioni politiche interne e royal wedding è servito… Del resto di corteggiamento dei Cinque Stelle – comico fondatore in testa a tutti – alla Lega è cominciato da un po’: da quando Grillo, tentando l’avvicinamento a destra, ha ammesso di essere rimasto sedotto dall’affidabilità politica di Salvini, quando, in un coming out senza precedenti, il comico genovese in fase relax dopo i fasti polemici dei vaffa day, sul numero uno della Lega, ai microfoni rivelava: «È uno che quando dice una cosa poi la mantiene, e questa è una cosa rara».Oggi, dopo settimane di manovre di avvicinamento e ritrosie incerte, il triplo carpiato improvvisato estemporaneamente da Grillo non fa più sgranare gli occhi, neppure quando, a poche ore dall’incontro decisivo di Salvini e Di Maio con Mattarella, si trasforma in endorsement nudo e puro al Carroccio, dopo anni di florilegi e di epiteti coloriti partoriti sul blog grillino e abortiti nell’indifferenza leghista. Così, tra indici puntati contro e inquisizioni ad hoc ordite dal Torquemada a cinque stelle, tra abiure e smentite, tutto sembra dimenticato e superato.

Strategia di governo o contraccolpo dovuto ai frondisti interni?

Anzi, addirittura nobilitato da una investitura sublimata dalla sentenza elettorale, condivisa e rilanciata da un’apertura al dialogo tra i due schieramenti in campo, indispensabile per la formazione del governo e, sospettano i più maliziosi,  per tamponare emorragie di consensi interni e diaspore di elettori. Non a caso, solo poco fa il Giornale a riguardo scriveva: «Grillo e gli «ortodossi» da un lato, il capo politico Luigi Di Maio e il braccio aziendale della Casaleggio Associati dall’altro. Alessandro Di Battista in panchina, pronto a timbrare un biglietto di ritorno dall’esilio americano». E, come «anticipato dal Giornale il 3 aprile, con il leader della fronda parlamentare», Roberto Fico, «presidente della Camera, ultimo samurai dell’integralismo grillino. Uno che in questi giorni svicola nei corridoi di Montecitorio, dribblando le domande dei cronisti: “Come sapete io non parlo, ho un ruolo istituzionale”». Il che, in realtà, dice tutto…