Giorgio Almirante, trent’anni dopo quei tizzoni ardono ancora

Giorgio Almirante fu un funzionario e poc’altro, nel drammatico frangente in cui i vertici dell’Italia fascista, raccolti nella Rsi, vennero sistematicamente decapitati ed esposti al volgare dileggio popolare. Un conflitto impari e, forse, improvvido aveva prodotto la mattanza della guerra civile, consigliando a quel giovane capo di gabinetto del Minculpop di restare in clandestinità e vendere saponette per sopravvivere. Una quarta fila, niente di più. Troppo giovane per sentire l’obbligo morale di consegnarsi alle bande partigiane e farsi ammazzare come, tra gli altri, fece il suo capo Ferdinando Mezzasoma (“sono un ministro di Mussolini, vado a morire con Mussolini“). Ma l’obbligo di testimoniare e di mantenere ardenti le braci di una Storia che in tanti avrebbero voluto cancellare, si.

Quell’obbligo Almirante lo sentì tutt’intero. Anche in forza di una consapevolezza che non l’avrebbe abbandonato mai. La coscienza, cioè, delle qualità di coloro che aveva avuto dinnanzi, quella fucina di inarrivabili forgiatori di anime coi quali era cresciuto e s’era persino confrontato. Lui lo sapeva e da quella lezione di vita ne fece discendere l’azione politica. Ecco, a trent’anni dalla scomparsa, è giusto rilevare questi dati di realtà e provare a tracciare un percorso non scontato della parabola del primo leader della Destra italiana post-fascista. L’ancoraggio culturale alle radici e la propensione a immaginare un futuro persino diverso da esse: questo è stato Giorgio Almirante. Che quindi un profilo non convenzionale e nient’affatto supino l’avrebbe apprezzato. Perchè quanto a esaltazione dell’ovvio, a glorificazione postuma e a tentativi di piegarne l’opera e la modernità della lezione al contingente, se n’è già letto e se ne leggerà. A cominciare dall’autoctono leccaculismo di ritorno, quello di chi muta scritto e giudizio in forza del cambio di casacca, di testata e di padrone.

Una quarta fila, si sarebbe detto di Almirante. Che però, nell’almanacco di questa Repubblica parlamentare, meritò il suo spazio in forza di una innata signorilità, di una superiore capacità dialettica e di alcune parole d’ordine che si saldarono all’immaginario popolare. E se non può dirsi riuscita la campagna per la “pena di morte” ai terroristi e strategicamente sbagliata la propaganda per il “no al divorzio“, fu entusiasmante il richiamo alla “nostalgia dell’avvenire“, ossimoro per una gioventù capace di sognare e di sentirsi comunità in un’epoca in cui la ubriacatura social era lungi da venire. Così come lo fu la visione di una “nuova repubblica” tratteggiata per rispondere alla crisi della rappresentanza che già si manifestava. Con l’anagrafe patrimoniale per gli eletti e il solitario ostruzionismo alla nascita delle burocrazie delle Regioni e ad ogni spreco di risorse: tizzoni che Almirante, assai prima di ogni altro, innescò. Tizzoni che scaldarono la stagione dell'”alternativa al sistema“. Tizzoni tutt’ora ardenti.