Esuli istriani, quel debito di 4,2 miliardi di euro che lo Stato finge di non avere

La cifra oscilla fra i 2,4 e i 4,2 miliardi di euro, tra l’uno e il due per mille del debito pubblico italiano, pari, oggi, a circa 2250 miliardi di euro. Cioè meno di quanto lo Stato italiano prevede di spendere per gli immigrati nel 2018, 5 miliardi di euro. Solo che quei 4,2 miliardi di euro, lo Stato deve pagarli, dal 1947, non a immigrati ed extracomunitari sbarcati sulle nostre coste ma a cittadini italiani. Che, in quanto tali, furono perseguitati e cacciati dalla Jugoslavia. In alcun casi perfino seviziati e uccisi.

I beni di quegli italiani, esuli istriani e dalmati – case, terreni, negozi, aziende, depositi bancari – furono confiscati ed espropriati dalla Jugoslavia del maresciallo Tito, il macellaio autore di una feroce pulizia etnica che prevedeva anche l’infoibamento e al quale fu conferita da Saragat nel 1969 l’onorificenza di «Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana» che Napolitano, pur sollecitato in tal senso nel 2011 dai esuli istriani, non volle revocare.

Il Trattato di pace di Parigi prima, nel 1947, e, poi, tutta una serie di accordi internazionali che si sono via via succeduti fino a una storica sentenza della Cassazione del 1970, hanno stabilito che quegli italiani perseguitati ed espropriati dal carnefice Tito hanno diritto a un equo e definitivo risarcimento calcolato, peraltro, al ribasso.

Un debito che lo Stato italiano deve pagare agli esuli istriani e dalmati ma che finge di non avere opponendo un vergognoso muro di gomma fatto di silenzio e indifferenza alle giuste pretese di chi si è visto portare via i propri beni. E sperando che, nel frattempo, gli italiani che vantano il credito “diminuiscano”: erano 350.000 nel 1947, subito dopo l’espropriazione dei beni, negli ultimi anni, all’ennesimo ritocco del coefficiente di rivalutazione dei beni perduti, sono rimaste sulla carta 11.000 richieste. Più passa il tempo, più la cifra che lo Stato italiano deve sganciare si assottiglia.

Un debito che lo Stato dovrebbe inserire nel Def, il Documento di programmazione economica finanziaria ma che, di fatto, non è mai stato inserito. Come se quel debito di 4,2 miliardi di euro ufficialmente non esistesse. Peggio. Come se quei 350.000 italiani, esuli istriani, fiumani e dalmati espropriati non fossero mai esistiti. Come se non esistessero accordi internazionali, sentenze, trattati.

«Con i beni degli esuli giuliano-dalmati lo Stato italiano ha pagato le riparazioni belliche alla Jugoslavia, ovvero un debito contratto da tutta la Nazione – chiarisce Antonio Ballarin, presidente della Federazione delle associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati – E, quindi, è giusto che il governo italiano restituisca quanto ha preso in prestito nel momento del bisogno. Lo Stato ha un obbligo non solo giuridico, ma anche morale verso gli esuli giuliano-dalmati».

La mappa delle perdite territoriali italiane

La mappa delle perdite territoriali italiane

 

Insomma, anche qui, non è giusto che lo Stato pensi prima agli italiani espropriati e, poi, agli immigrati?

Ballarin è uno dei tanti che aspetta ancora oggi di essere risarcito dallo Stato italiano. La casa di suo padre a Lussino, oggi Losinj, un’isola dell‘arcipelago del Quarnero oggi considerata Croazia, venne confiscata ed espropriata. Così come quelle degli altri esuli.

Ma non è solo questa l’ingiustizia che si è consumata sulla pelle degli esuli istriani, fiumani e dalmati. C’è anche un altro aspetto vergognoso. E riguarda la rivalutazione dei beni: «Quelli distrutti dagli eventi bellici – rivela Ballarin mettendo in evidenza una discriminazione che non ha alcuna giustificazione – sono rivalutati con un indennizzo calcolato con il valore del bene al 1938 moltiplicato per un coefficiente pari a 2400. I beni degli esuli giuliano-dalmati, invece, sono stati valutati calcolando il valore del bene al 1938 moltiplicato per un coefficiente pari a 200».

Ma come si arriva alla cifra di 4,2 miliardi di euro?

«In violazione a quanto stabilito dal Trattato di Pace di Parigi, la Jugoslavia di Tito espropriò quasi tutti i beni e, successivamente, stipulò un accordo con l’Italia per il loro indennizzo. – ricostruisce il presidente della Federazione delle associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati – L’accordo, siglato nel ’49, prevedeva la costituzione di una Commissione mista italo-jugoslava per la valutazione di tutti i beni espropriati e il pagamento, da parte della Jugoslavia, del relativo indennizzo globale senza alcuna deduzione. Ma la Commissione mista non portò mai a termine questo lavoro che fu, invece, realizzato dall’Ufficio Tecnico Erariale, il quale stimò in 130 miliardi di lire del 1947 il valore globale per tutti i beni abbandonati nei territori ceduti».

Quella “pesata” dall’Ufficio Tecnico Erariale era una stima fiscale prudente, cioè per difetto. Tanto che una Commissione di esperti della Camera di Commercio di Trieste accerterà, nel 1965, che i prezzi medi generali al valore del 1938, applicati d’imperio dall’amministrazione dello Stato, corrispondevano mediamente al 65 per cento dei prezzi effettivi dei beni espropriati.

Tre anni dopo il Trattato di Parigi, dunque nel 1950, fra l’Italia e la Jugoslavia venne stipulato un nuovo accordo.
Con l’accordo del 1950 l’Italia si impegnava a versare 30 milioni di dollari – equivalenti a 18,750 miliardi di lire – sul conto dei 125 milioni di dollari, ovvero 78 miliardi di lire, per riparazioni di guerra e, da tale somma, veniva autorizzata a trattenere 10 miliardi di lire quale acconto sull’indennizzo per i beni italiani.
La Jugoslavia, inoltre, si impegnava ad acquistare i beni liberi al prezzo di quelli nazionalizzati.
Veniva, infine, prevista la possibilità di compensazione tra il debito per le riparazioni di guerra che l’Italia doveva alla Jugoslavia e quanto la stessa Jugoslavia doveva pagare all’Italia per i beni da essa incamerati nei territori ceduti, in aperta violazione da quanto stabilito dal Trattato di Parigi.

In definitiva, stando così le cose, lo Stato italiano poteva detrarre il valore dei beni abbandonati nei territori ceduti dall’indennità di guerra che doveva pagare alla Jugoslavia, tuttavia, allo stesso tempo, si impegnava ad indennizzare integralmente i legittimi proprietari, ovvero per l’intero valore stimato dei beni.
Sembrava fatta ma, in realtà, gli accordi del 23 maggio 1949 e del 23 dicembre 1950 non furono mai rispettati. L’odissea degli esuli era tutt’altro che conclusa.

Il 18 dicembre 1954 fu stipulato un nuovo accordo, il terzo oltre al Trattato di Parigi, tra Italia e Jugoslavia per stabilire un regolamento di conti definitivo per tutti i debiti ed i crediti derivanti dal Trattato di pace e dagli accordi successivi.
L’obiettivo era quello di stabilire una risoluzione finale, da un lato, per il debito di guerra dovuto dall’Italia nei confronti della Jugoslavia e, dall’altro, per il debito della Jugoslavia, nei confronti dell’Italia, circa i beni privati dei cittadini italiani espropriati dal governo di Tito nei territori ceduti.

Dall’accordo derivò che, in base alle stime dell’Ufficio Tecnico Erariale del governo italiano, la Jugoslava avrebbe dovuto corrispondere 130 miliardi di lire del 1947 per i beni espropriati. Di questi, 85 miliardi furono usati dall’Italia in compensazione delle riparazione belliche dovute per la guerra persa con la Jugoslavia, nonché per ottenere l’assenso del ritorno di Trieste all’Italia.
I restanti 45 miliardi furono usati dallo Stato italiano non solo per l’indennizzo dei beni privati espropriati ma, anche, per i beni parastatali, non previsti quali indennizzabili né dal Trattato di Pace di Parigi né dagli accordi successivi.
Dei 130 miliardi previsti per l’indennizzo dei beni espropriati dalla Jugoslavia, solo 32 miliardi furono erogati ai privati titolari di beni nei territori ceduti.

«Lo Stato italiano, quindi, avrebbe il dovere di reintegrare la differenza, ovvero 98 miliardi di lire del 1947 per pagare l’indennizzo equo e definitivo agli aventi diritto», osserva Ballarin puntando il dito contro lo Stato per l’ulteriore vessazione subìta dagli esuli: «Le riparazioni belliche alla Jugoslavia dovevano essere pagate in un periodo di 7 anni a partire dal 16 settembre 1947. Ma poiché la Jugoslavia, prima e dopo il Trattato di Parigi, con sistemi illegali aveva estromesso molti italiani dai loro beni – ricorda il presidente della Federazione delle associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati – il governo italiano rifiutò di iniziare il pagamento delle riparazioni belliche, portate a saldo solo con l’accordo del 18 dicembre 1954. L’Italia ha beneficiato, così, di circa 10 miliardi di interessi».

Non solo. «L’Italia ha approfittato anche degli interessi sui capitali liquidati dalla Jugoslavia nel 1954, pagati solo in parte agli aventi diritto e con molti anni di ritardo, per un totale di interessi stimati, dagli esperti dalla Camera di Commercio di Trieste, in più di 24 miliardi di lire – aggiunge Ballarin – In sintesi, dei 130 miliardi di lire del 1947, stimati per i beni dei territori ceduti, 45 miliardi sono stati destinati all’indennizzo, compresi i beni parastatali, 69 sono stati usati per compensare il debito bellico dell’Italia ed il resto, 16 miliardi, per riavere Trieste.
In conclusione, il governo italiano, pur avendo lucrato sull’esodo Giuliano-Dalmata 34 miliardi di interessi con pagamenti ritardati sia del debito bellico che per gli indennizzi dei beni, ha messo a disposizione ufficialmente per gli aventi diritto solo 45 miliardi».

L’attualizzazione del debito dello Stato italiano verso gli esuli giuliano-dalmati è stata poi calcolata attraverso i modelli dell’Istat: 98 miliardi di lire del 1947 equivalgono a 4.786 miliardi di lire ovvero a 2 miliardi e 471 milioni di euro. Ma poiché, secondo gli esperti della Camera di Commercio di Trieste, le stime eseguite dall’Ufficio Tecnico Erariale corrispondevano, mediamente, al 65 per cento dei prezzi effettivi dei beni espropriati, è ragionevole immaginare che il giusto ed equo indennizzo degli esuli giuliano-dalmati si attesti intorno a un valore di 4 miliardi e 200 milioni di euro.

Oggi è  anche ragionevole pensare che tale cifra non venga erogata nella sua interezza poiché le richieste di indennizzo, emesse dagli esuli verso lo Stato – attraverso l’ufficio preposto del Dipartimento del Tesoro – sono via via calate di numero, per ovvi motivi anagrafici.
Quei 4,2 miliardi di euro, quindi, devono essere considerati come un tetto massimo.

Lo Stato italiano, del resto, ha sempre giocato sul fattore “tempo”: più passano gli anni e più si dimentica.
Da questo punto di vista, però, le Associazioni degli esuli hanno saputo mantenere intatta la memoria, trasmettendola alle generazioni successive. Un fatto inatteso per uno Stato cinico, pronto a ricordarsi dei diritti negati quando fa più comodo davanti all’opinione pubblica

Una vicenda, quella del debito miliardario dello Stato italiano nei confronti degli esuli istriani, giuliano-dalmati, che si troveranno inevitabilmente sul tavolo del prossimo esecutivo Salvini e Di Maio. Chissà se non sia arrivato finalmente il momento di mettere in pratica il famoso slogan “prima gli italiani”. E risarcire chi ha perso tutto, espropriato da chi ha ottenuto perfino l’onorificenza di «Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana.