Elezioni, Libano in stallo: verso una “italianizzazione” del Medio oriente?

“Come in tutti i sistemi proporzionali quasi tutti i partiti hanno detto di aver vinto”. Stringata, ma concreta, la valutazione da Beirut a tre giorni dalle elezioni parlamentari in Libano, le prime dal 2009. Michel Aoun è il presidente del grande compromesso di un Paese con una forma di governance basata su quello che i tecnici chiamano consensus building e che è garanzia principale di stabilità in uno Stato che dal 2011 subisce le conseguenze dirette e indirette del conflitto nella vicina Siria. “Sembra di capire che si vada in questa direzione”, dice l’ambasciatore italiano a Beirut Massimo Marotti, secondo il quale i risultati annunciati “rendono ancora una realtà la possibilità di continuare il processo politico di governo consensuale”. Anche perché, osserva, dal voto “non esce una forza che da sola possa avere una maggioranza”. Negli anni la soluzione politica è stata sempre quella del “governo di consenso”, un governo di unità nazionale alla libanese. Per un’analisi accurata serve ancora un po’ di tempo: i risultati definitivi ufficiali sono attesi per le prossime ore poiché resta ancora una contestazione da risolvere in una circoscrizione elettorale del nord (Akkar). Saranno cruciali le prossime settimane per le trattative tra le forze politiche. “Tutto lascia prevedere un governo di unità nazionale, che riflette l’intero arco parlamentare”, dice l’ambasciatore. Domenica in Libano ha debuttato il proporzionale – frutto di una complicata nuova legge elettorale approvata nel 2017 – ancorato ai delicati equilibri confessionali. I 128 seggi dell’Assemblea sono divisi esattamente a metà tra cristiani e musulmani (34 ai maroniti, 27 agli sciiti, altrettanti ai sunniti, 14 agli ortodossi e i restanti alle minoranze cristiane e musulmane). In base ai delicati equilibri il capo di Stato deve essere un cristiano maronita, il premier un sunnita e il capo del Parlamento uno sciita. I risultati del voto comunicati ieri parlano dell’avanzata del movimento sciita Hezbollah, tradizionalmente sostenuto dall’Iran, con la sua milizia coinvolta nel conflitto nella vicina Siria a sostegno delle forze di Bashar al-Assad. Resta invariato il peso di Hezbollah in Parlamento (13 seggi come nel 2009), ma il suo ruolo potrebbe vedersi rafforzato dalle vittorie degli alleati politici. Quello della Libera corrente patriottica del ministro degli Esteri e genero del capo di Stato, Gebran Bassil, sembra al momento il gruppo parlamentare più nutrito (28). C’è la battuta d’arresto per il movimento guidato dal premier Saad Hariri, alleato dell’Occidente e protagonista della crisi dello scorso novembre con l’Arabia Saudita: i seggi del movimento al-Mustaqbal passano da 33 a 21. Il partito cristiano delle Forze Libanesi passa da otto a 15 seggi, con un successo che a Beirut si dice “quasi inaspettato”. Domenica scorsa il Libano, sabato prossimo l’Iraq: “Da questi risultati elettorali si capirà come si vanno riorganizzando, sviluppando Paesi che hanno composizioni di cultura politica particolari – conclude l’ambasciatore – Si potranno capire quali possono essere le risposte di questi due Paesi alla grande crisi nella regione che vede il suo focus in Siria”.