Di Maio e Salvini, avanti tutta. Ma spuntano le prime divergenze sull’Ilva

Grillini e leghisti, con la “non ostilità” di Forza Italia e le prudenti valutazioni di Fratelli d’Italia procedono con incontri e valutazioni sia sull’indicazione di un premier “terzo” che sul programma da attuare, con alcuni punti fermi nella flat tax e nel reddito di cittadinanza. Avanti tutta, ma con le prime divergenze su un tema di stretta attualità, l’Ilva di Taranto. Il giorno dopo il fallimento del tavolo ministeriale sullo stabilimento di Taranto nel faccia a faccia tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini ci sarebbero state frizioni rispetto al ‘dossier’ che con ogni probabilità, e a meno di colpi di scena dell’ultimo minuto, dovrebbe ricadere sull’operato del nuovo governo.

“Dobbiamo cercare sempre una soluzione anche in zona Cesarini. Nonostante sia aumentata la produzione, ci chiedono di accettare 4 mila esuberi: è indigeribile. I palliativi di cui si parla non ci convincono, bisogna tornare a trattare sino all’ultimo secondo per trovare soluzioni accettabili: chiediamo al Governo di ricomporre il tavolo. Quella realtà industriale non può perdere tutti quei lavoratori”, lancia l’allarme il leader Uil, Carmelo Barbagallo a margine del Congresso regionale della Uil Emilia Romagna sollecita la ripresa del negoziato sulla cessione Ilva al Mise tra sindacati e Arcelor Mittal.

Carlo Calenda, il ministro dello Sviluppo economico uscente, commentando così la chiusura delle trattative sull’Ilva, sembra aver alzato le braccia- “Ilva – rileva- brucia 30 milioni di cassa al mese e come al solito, come è successo con Alitalia, questo dato è un dato che i sindacati tendono totalmente a ignorare”, continua il Ministro dello Sviluppo economico. “Sono soldi dei cittadini italiani e, quindi, io devo renderne conto e cercare di sprecarne il meno possibile”. I soldi nella cassa dell’Ilva bastano soltanto per arrivare fino a luglio? “Sì, è così. Noi abbiamo già dato 900 milioni come cittadini italiani all’Ilva per tenerla in piedi. Questi soldi finiscono alla fine di giugno e bisogna chiudere questa vicenda. Dopo 32 incontri tra azienda e sindacati che non hanno cavato un ragno dal buco, quello che ho provato a fare ieri è proporre di mettere garanzie per tutti, addirittura garanzie di posto fisso a tempo indeterminato per tutti, ma chiudiamo quest’accordo perché altrimenti perdiamo un asset fondamentale del Paese”.

La patata bollente passa ora nelle mani del futuro governo, forse quello grillo-leghista.