Chi va in pensione può lavorare ancora: tutto quello che c’è da sapere

sabato 12 maggio 13:00 - di Adriana De Conto

Si potrebbe pensare che pensione e lavoro siano contrapposti, ovvero che l’uno escluda l’altro. In realtà non è così dal momento che si può andare in pensione pur continuando a lavorare. La Legge Dini del 1995, infatti, pur stabilendo che il dipendente che vuole andare in pensione ha l’obbligo di cessare l’attività lavorativa, non vieta la ripresa del lavoro una volta che questo comincerà a percepire l’assegno di previdenza. Obbligo che comunque non interessa i lavoratori autonomi e parasubordinati i quali non devono smettere di lavorare per avere diritto alla pensione. Quindi chi ha un lavoro subordinato e vuole accedere alla pensione deve innanzitutto cessare l’attività lavorativa attuale. Solo dopo aver effettivamente percepito il primo assegno può riprendere a lavorare, iniziando una nuova attività oppure chiedendo di essere riassunto alla precedente azienda. Ogni domanda, ogni delucidazione sono contenuti in dettaglio sul sito Money. it.

È bene sottolineare, però, che per chi ha meno di 63 anni e la pensione calcolata interamente con sistema contributivo è prevista una riduzione dell’assegno previdenziale: nel dettaglio questo perde il 100% della pensione se inizia un’attività come subordinato, mentre in caso di lavoro autonomo viene decurtato il 50% della pensione che eccede il trattamento minimo stabilito dall’Inps (che per il 2018 è pari a 507,46 euro). Per tutti gli altri pensionati è invece possibile cumulare la pensione con i redditi derivanti da attività lavorativa. Continuare a lavorare dopo la pensione comporta il versamento dei contributi all’Inps. Questi non vanno persi ma sono utili per ottenere un incremento dell’importo della pensione; tuttavia il ricalcolo non è immediato poiché il pensionato può richiederlo solamente dopo 5 anni dalla decorrenza della pensione. Si può chiedere eccezionalmente anche dopo 2 anni, ma per una sola volta.

Commenti

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  • Marcello 12 maggio 2018

    La BCE immette (si fa per dire, perché non si prende neanche la briga di stamparlo) denaro a costo (quasi) zero per le banche. No per gli stati. Questi ultimi devono chiederlo in prestito, pagando profunati interessi. Se non sbaglio lo Stato paga circa 80 miliardi di euro all’anno per gl’interessi sul debito. Vale a dire alle banche. Stiamo ancora parlando dei costi dell’abolizione della “Fornero”? Ma per chi lavoriamo?