Strage di Bologna, il nuovo processo somiglia a una “messa nera” giudiziaria

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo 

Caro Direttore,
il nuovo processo per la strage di Bologna è uscito dalle schermaglie procedurali e, con l’aggiornamento alla seduta di mercoledì prossimo, s’avvia a entrare nella fase principale, con l’audizione dei primi testimoni. Però, quello a carico di Gilberto Cavallini, più che un “rito”, si configura come una “messa nera” processuale, una sorta di rito vudù giudiziario, in cui la pubblica accusa cercherà di far parlare essenzialmente i morti. Infatti, con la decisione della corte presieduta dal giudice Michele Leoni, saranno ammesse come prove – pur da valutare autonomamente e liberamente – le sentenze passate in giudicato sulla strage, nonché alcune di quelle testimonianze su cui quelle sentenze si fondano. E a poco sono valse, da questo punto di vista, le eccezioni sollevate dalla difesa che, ragionevolmente, ha cercato di dimostrare come tutto il passato processuale del 2 agosto sia estinto: deceduti gran parte dei testimoni dei quali si vogliono evocare le parole (e su cui sarà quindi impossibile qualsiasi contraddittorio); deceduti gran parte dei consulenti che trattarono gli aspetti tecnici della strage; estinta la stessa giurisprudenza in base alla quale quei processi furono celebrati, in quanto la Giustizia penale è oggi regolata dalle norme del “Giusto processo” che ha spazzato via alcuni orrori procedurali che un tempo erano abitudine delle procure e dei tribunali. E sarà curioso, per esempio, vedere come i giudici valuteranno la voce oltretombale di Massimo Sparti, a fronte di quella invece viva e vegeta del figlio, il quale smentisce il padre ed è stato ammesso a parlare nel nuovo processo. Non si parlerà per nulla, purtroppo, della pista palestinese, in quanto la corte ha ritenuto di non dover discutere in questa sede ipotesi alternative che non hanno fondamento processuale, per quanto storicamente e giornalisticamente sostanziose. Tornando alle decisioni odierne, per quanto di difficile comprensione per il lettore, dato il tecnicismo del passaggio, la decisione della corte, ammettendo prove e testimonianze del passato, potrebbe costituire anche una “bomba a scoppio ritardato” capace di annullare il giudizio nei successivi gradi. Infatti, per addivenire alla decisione favorevole alla richiesta dei pm, si è dato per scontato che l’attuale processo sia “frutto esclusivo” delle indagini iniziate a carico di Cavallini nel 2014, quando i testimoni in causa erano già deceduti; al contrario, sempre nell’udienza di oggi, la stessa Procura ha dovuto ammettere che un’identica indagine era stata aperta, sempre a carico di Cavallini, nel 2000, quando alcuni di quegli stessi testimoni erano ancora in vita e si sarebbero potuti risentire, e poi chiusa con un’archiviazione. Insomma, più che una freccia, quella scoccata dall’accusa e che apparentemente ha centrato il bersaglio, potrebbe rivelarsi, alla fine, un boomerang.